Da sinistra a destra sono rappresentati lo Stemma del Comune di Cardè, Il panorama del paese con lo sfondo della catena del Monviso, lo stemma della Regione Piemonte
Provincia di Cuneo
Comune di Cardè
Piazza Martiri della Libertà 2
Cap 12030
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Storia - pag. 3 di 3

CARDÈ NEI NOSTRI TEMPI


Nel 1836 il prete saluzzese Gioffredo Casalis scriveva di Cardè nel suo grande Dizionario (*)

"Giace sulla destra sponda del Po ben presso al suo vetusto castello, dove il fïume tragittasi col mezzo del primo porto natante, da cui sia esso valicato. Di là si incominciano imbarcare su navicelli ogni sorta di legname, e varie specie di pietre per uso di lastricature e di fabbriche, che vi si trasportano specialmente dal territorio di Barge.

Colà, secondo un gigantesco progetto, che fu fatto indarno nei tempi della dominazione francese (*), avrebbe dovuto riuscire un canale di navigazione, la cui mercè la Stura sarebbesi condotta a congiungersi col Po. Quivi pure, secondo un divisamento del 1780, doveva passare la strada da Saluzzo a Torino, la quale sarebbe stata quasi tre miglia più breve, che non è la presente; ma sebbene vi fosse l'opportunità di costruirvi un ponte sul Po in un sito in cui esso non ha di larghezza che metri cinquanta, e poco più di cinque metri di profondità, ciò nondimeno si cessò da quel pensiero per la difficoltà del successivo passaggio del Pellice, fiume-torrente impetuosissimo quando ingrossa."

Se quei progetti non diventarono realtà, Cardè può tuttavia mostrare al forestiero il suo Ponte sul Po, opera ardita ed anche elegante da fare onore ad una città. E' stato costrutto a spese del Comune, del Governo e della Provincia; e costò L. 152.000. Fu terminato l'anno 1914.

Sostituisce il famoso porto di Cardè. Consisteva esso in un tavolato a ponte, assicurato a due barconi avvicinati di fianco. Vi salivano i passeggeri, gli animali e i carri; alle due estremità il ponte veniva chiuso da catene.

L'imbarcazione era raccomandata ad una grossa fune, che legata ad un palo infisso nel mezzo del fiume, 'I pal d'la fuina, aggiravasi ad un tornio. Trafserivasi da una ripa all'altra, mossa dal timone, che manovravasi dal portoné, fra l'intercapedine dei due barconi dal lato dove questi aveva la propria capanna.

Siccome non è sempre uniforme il livello del fiume (*), l'approdo del porto facevasi ora ad una, ora ad un'altra altezza della ripa.

Nelle grandi piene il porto diventava inservibile; e legavanlo alle antenne piantate nella ripa; ma il trasporto dei viandanti poteva farsi passando il fiume a voga, ossia mediante una barca, che il portoné guidava usando della pala, invece del remo.

Gli abitanti di Cardè avevano libero il porto. Gli altri viandanti pagavano un soldo per persona, un soldo per ruota, eccetto il giorno della fiera di Cardè, che cade in Settembre.

La civiltà invadente ha portato via il porto, questo residuo dell'antico tempo, e la caratteristica silvestre figura del portoné, che al cadere della notte allumava il lanternino dinanzi ad una rozza stampa del Crocifisso applicata ai legni della sua capanna, a segnare la via ai lontani viandanti.

Anche il ponte levatoio, che ai tempi del Casalis trovavasi dinanzi alla porta del castello verso mezzodì, è scomparso cogli antichi fossati (*) e parte dei bastioni.

Da Cardè si dipartono le vie comunali che mettono a Moretta e a Torre S. Giorgio, a Staffarda, a Saluzzo, a Barge e a Villafranca; ma discosta, quale è, dalle grandi vie di Saluzzo-Torino e Saluzzo-Pinerolo, nonché dal tronco ferroviario di Saluzzo-Airasca-Torino, questa terra non ha molto progredito dal 1836.

La maggior parte delle case e dei portici, che di tratto in tratto fiancheggiano la via centrale, sono del seicento e del settecento. Il villaggio però si va rimodernando per costruzioni nuove; ve ne ha parecchie, che accennano a cittadina agiatezza.

Nel cortile interiore del castello la parete di fronte al portone di ingresso conserva i vestigi, in grisuille, di bugne a diamante, e di larghe orlature ad arco con decorazioni del principio del secolo XVI. Ben conservato è un tratto dell'analoga decorazione policroma intorno all'arco interiore del portone d'ingresso, dove un nastro porta ripetuto in lettere gotiche il motto avant. Della stessa epoca e stile è la fascia decorativa di una torre, terminante in loggia secentesca, proprietà di certo Ramello.

Più antichi di oltre un secolo sono due corpi di casa con finestre ad arco acuto; l'uno lungo la via principale del paese, l'altro sito presso il cortile della Coperativa Agricola.

Sulla facciata della parrocchiale, al di sopra della porta, figura lo stemma del casato San Martino di San Germano sostenuto da due grifi rampanti: scudo inquartato; al primo e al quarto di azzurro a nove rombi di oro accollati ed appuntati, tre, tre, tre; al secondo e al terzo di rosso pieno; corona marchionale in lamiera di ferro; nel cimiero un pugno stringente freccie, col motto Sans despartir, che significa: senza desistere, o senza venir meno al proprio dovere. Sotto lo stemma sta la leggenda In armis iura, i diritti nelle armi.

Il territorio - cui dal 1911 fu annessa la frazione di Ormea già appartenente al comune di Barge, sebbene sottostasse alla parrocchia di Cardè - produce grano, meliga, fagioli, fieno, canapa ed anche uva, la cui coltivazione però in questi ultimi tempi fu molto trascurata.

Nel passato la pesca del Po dava ai mercati trote, temoli, barbi e varroni.

La popolazione è di circa 2000 abitanti.

Il Comune ha per stemma lo scudo dei Saluzzo, argento al capo azzurro, al C maiuscolo romano sovrapposto, di argento sull'azzurro, e di azzurro sull'argento.

L'amministrazione comunale consta di 15 consiglieri.

Havvi il medico, la levatrice, il telegrafo, l'ufficio postale. Da pochi anni fu abolita la piazza notarile.

Le scuole sono affidate a cinque insegnanti, e terminano con la quinta elementare.

l bambini frequentano l'Asilo sotto le cure delle Suore Vincenzine del Beato Cottolengo.

Non vi sono a Carde Società operaie o militari. Da poco tempo funziona una Cooperativa Agricola di grande utilità per la provvista dei concimi chimici e del grano da semina.

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UOMINI ILLUSTRI

Cardè ebbe anche i suoi uomini illustri, primo fra tutti Antonio Arcivescovo di Milano.

Antonio di Saluzzo, figlio di Manfredo V e di Leonora di Savoia, figlia del principe di Acaja, dovette aver passato l'infanzia a Cardè, dove il padre aveva il feudo, e dove sembra aver quegli soggiornato dal 1336 al 1346.

L'Ughelli lo chiama uomo di grande fama e di specchiata virtù, vir magni nominis et spectatae virtutis: fu dunque assai dissimile dal padre e dall'avo.

In giovine età, nel 1356, fu innalzato alla sede vescovile di Savona (*); e qui fu vescovo per anni 20 e mesi 7. Lo stesso anno del suo ingresso in sede tenne il Sinodo (*). Di lui danno non pochi cenni gli storici savonesi (*).

Vuole Filippo Besio che il nostro Antonio sia stato favorito dalla frequente conversazione di Gregorio XI, quando questo Papa nel settembre del 1376 da Avignone facendo ritorno a Roma sostò a Savona nel convento dei Domenicani. È forse in questa occasione che Gregorio XI lo trasferì alla sede arcivescovile di Milano (*) per la traslazione del nostro Antonio dà l'anno 1376. Ma lo fa savonese di patria!).

Solennissimo fu il suo ingresso in quella città; solemni ritu in civitatem progressus (*).

Antonio di Saluzzo legò il suo nome alla fondazione del Duomo di Milano. Dell'anno 1386 è una lettera di lui, con la quale eccita il clero ed il popolo a concorrere per la vecchia chiesa "logora e cadente", e che i fedeli volevano "riedificare a nuovo".

Non già a Gian Galeazzo Visconti, siccome dicono gli storici, che si ripetono; ma al popolo - e lo prova il Romussi - si deve l'ardita impresa.

"Il Duomo sorse per volontà di cittadini, eccitati dall'Arcivescovo Antonio, che vi portarono, a rigore di parola, ciascuno la propria pietra. I Milanesi andavano a lavorar per niente (*), a scavare le fondamenta, a portare terra e mattoni: si erano ripartiti in schiere ed erano oggi associazioni artigiane di fabbri, macellai, fornai, armaiuoli, calzolai, tessitori, sellai, mugnai, pescatori, pellicciai; domani gli abitanti di una parrocchia o di una porta; un altro giorno erano i collegi degli avvocati, dei medici, degli speziali; un altro erano un gruppo di nobili: si videro recarsi al lavoro lo stesso podestà coi magistrali della sua curia e dar di piglio alla zappa e caricarsi le spalle con le pietre destinate a formare le candide mura. Era stato eretto un altare posticcio, alquanto più innanzi del luogo ove sorge oggi l'ara maggiore; e là davanti a quello sedevano due cittadini, che ricevevano le offerte e le registravano; e i libri delle offerte e delle spese dimostrano con le loro ingenue note l'entusiasmo che aveva invaso ogni classe di cittadini. Le donne offerivano le vesti coi bottoni d'argento, le collane, i monili; l'uomo d'arme gettava a pie' dell'altare la spada, forse non ancora tersa del sangue da essa versato, e i guantoni di ferro; il contadino portava la capra, il frumento, le primizie; la massaia il paiolo, la tela di lino, l'ascia di filo. (*)

Antonio assunto all'episcopato abbandonò lo stemma di famiglia, conservando però lo scudo di argento.

Lo stemma dei Saluzzo di Cardè era in origine quello dei marchesi. Poi inquartarono nel 1 e 4 di Saluzzo e nel 2 e 3 di Miolans. Ai tempi di Monsig. Della Chiesa lo portavano copato a due tiri e fesso, quel di mezzo nel capo di Saluzzo, in punta lo Spinola; alla destra del fesso la banda dei Miolans, e alla sinistra dell'Impero (*) così la descrive le armi dei Saluzzo-Miolans-Spinola: Inquartato: al primo e quarto, d'oro alla fascia scaccata di tre file d'argento e di rosso sostenente una spina di botte di rosso in palo: al secondo e terzo, bandeggiato d'oro e di rosso, col capo d'oro all'aquila di nero coronata dello stesso; e sul tutto, d'argento al capo d'azzurro.

Stemma di Antonio di Saluzzo
STEMMA DI ANTONIO DI SALUZZO

Né in chiesa, né nel castello, né altrove rimane traccia delle armi dei Signori Saluzzo di Cardè.

Antonio di Saluzzo adottò per stemma lo scudo d'argento con palo e fascia di azzurro in croce mulinata, e le lettere a e c corsive accostate al braccio superiore; ossia secondo il linguaggio araldico arma di cinque punti di argento a quattro equipollenti di azzurro, il primo e terzo punto caricati rispettivamente delle lettere a e c.

Singolare particolarità dello stemma di Antonio sono appunto le lettere a e c accostate al braccio superiore della croce: le quali però non si trovano nel disegno dato dall'anonimo del sec. XVlll, che scrisse sui Vescovi di Savona (*), ma si vedono nelle stampe dell'Ughelli alle colonne 252 e 738 del vol. IV.

Che cosa esse significano è difficile il sapere: che egli abbia voluto con ciò professare di avere ricevuto a coelo l'onore della croce episcopale; ovvero abbia voluto indicare che ad caelum volesse mirare nel suo officio pastorale; o che quelle lettere non sieno altro che le iniziali di Antonius Cardettus ad esprimere l'intenzione al tutto personale dal mutamento da lui introdotto nello stemma del proprio Casato (*) è ozioso il volere indagare.

A Milano, quando il nostro Antonio prese possesso dell'arcivescovado, viveva ancora Manfredi V, il quale da Galeazzo Visconti era stato creato suo Luogotenente Generale. E quando questi fece il suo testamento nel 1389, nominò usufruttuario dei suoi beni il figlio arcivescovo. La sua morte è posta il 1401 (*) fu sepolto nella chiesa iemale.

Nello scisma Antonio seguì l'antipapa avignonese Cemente Vll; perché questi, scrive il Verzellino (*) era "cugino della marchesana di Saluzzo, che eragli parente" (*).

Un altro vescovo ha illustrato Cardè ove ebbe i natali, Monsignore Bernardino Bollati, vescovo di Biella. Nacque a Cardè, ed ebbe nel battesimo il nome di Giambattista; ma preso l'abito francescano, e fatto il noviziato nel convento di S. Bernardino di Saluzzo, non fu altrimenti conosciuto che col nome di religione, padre Bernardino. Durante la Rivoluzione francese prese domicilio a Saluzzo impiegandosi nelle pubbliche scuole. Dopo la restaurazione della monarchia in Piemonte, ristabiliti gli ordini religiosi, che erano stati soppressi da Napoleone nel 1802, il p. Bollati fu nominato Definitore Generale dell'Ordine, carica gelosissima e altamente onorifica.

Fu uno dei più valenti oratori che abbia avuto l'Itala nei primi lustri del sec. XIX : predicò ascoltatissimo a Parma, a Firenze, a Venezia, a Lucca, a Mondovì, a Alba, a Fossano, a Saluzzo, a Cuneo, a Torino, a Roma, a Napoli.

Insegnò filosofia nel convento di Fossano; indi la S. Scrittura nei conventi di Parma e di Aracoeli a Roma.

L'anno 1818 fu a Torino a predicare la Quaresima nella Metropolitana, avuto in particolare estimazione dal Re, che lo propose al vescovado di Biella. Quell'anno stesso dopo Pasqua fu a Saluzzo e a Cardè a visitare gli amici.

Ordinato vescovo fece in Biella il solenne ingresso il 25 aprile 1819. Resse paternamente la diocesi e morì a Biella il giorno 11 giugno 1828. Sul suo sepolcro fu posta la seguente iscrizione:

FR. BERNARDINVS . BOLLATI
ORD. S. FRANCISCI . MIN . OBS.
EPISCOPVS . BVGELL . PATER . MVNIF.
OBIIT . DIE 11 . JVNII 1828
AN. LVI.

Alcune sue omelie furono pubblicate dopo la morte dal canonico Giov. Antonio Morra, che era stato di lui vicario generale. Sono precedute dall'elogio funebre pronunziato dallo stesso editore (*). La famiglia del vescovo Bollati era originaria di Moretta.

Per le sue beneficenze merita particolare menzione il cavaliere uff. Carlo Manero. Nacque a Cardè il 29 Gennaio 1825; fu per oltre venti anni Sindaco, e morì pianto da tutti il 21 Novembre 1899. Una via di Cardè si intitola a lui. E meritatamente perciocché il Manero lasciò un'orma profonda nella storia della beneficenza, un incancellabile ricordo. Uomo dalla severa rettitudine, ebbe pure pietosissimo il cuore, e lo aprì a tutte le miserie. Benefattore insigne della Congregazione di Carità, ai cui bisogni sovveniva generosamente ogni volta fosse necessario, il Manero legò particolarmente il proprio cuore all'Asilo lnfantile, che fondò egli stesso nel 1892, acquistandogli fabbricati, e cui prodigò i tesori dei suoi affetti.

Le scuole dell'Asilo lnfantile sono affidate alle Suore Vincenzine del B. Giuseppe Cottolengo.

Esse quaranta anni or sono avevano anche le scuole comunali.
Nell'interno dell'edificio si leggono scolpiti su lapidi i benefattori, che vogliono qui essere ricordati:

Manero cav. uff. Carlo e sorella Franca largivano vivendo L. 39.000
Id. Id. morendo >> 20.000
Ferrero Margherita fu Matteo, legava un campo di >> 1.000


Per dono o legati:

1877 Eandi can. Giovanni L. 3.000
1880 Tavella Giovanni >> 1.000
1882 Bollati can. Guglielmo >> 1.000
1882 Manero teol. Domenico >> 5.000
1883 Depetris Domenica >> 2.000
1884 Bollati Maria ved. Craveri >> 1.500
1906 Peretti Domenico >> 1.000
1902 Doro cav. Pietro >> 2.000
1913 Peiroleri Tenente-Generale >> 5.000
1874 Gramaglia Guglielmo >> 900
1882 Busso Giovanni >> 500
1883 Ordine Mauriziano >> 500
1884 Peiroleri, fratelli >> 500
1882 Pronino S.r Maddalena >> 500
1901 Banchio Domenico >> 200
1907 Manassero Gaspare >> 100
1913 Bollati Lucia >> 200
1914 Demarchi cav. Battista >> 400
1915 Pastore Giovanna vedova Bovo >> 400


A queste offerte deve aggiungersi il legato di L. 10.000 fatto dalla signora Giuseppina Barberis fu Tomaso vedova del sempre compianto cav. uff. Carlo Manero, morta a Torino il 24 Dicembre 1922.
Anche la Congregazione di Carità conta i suoi benefattori. Oltre il cav. Manero già ricordato, il più insigne fu il canonico Lorenzo Bollati, defunto il 25 marzo 1840. Legò alla Congregazione una casa civile e rustica col prato annesso ad uso di ospedale. Una lapide all'esterno della casa ricorda il benemerito donatore e da lui prende il nome la via contigua. Al presente l'ospedale è stato convertito in caserma di carabinieri.

Nell'interno della casa sono scolpiti in lapidi i nomi dei benefattori, che pure qui riproduco ad emulazione di bene:

1827 Paschetta Margherita ved. Vaira L.  900
1833 Bollati Don Nicola Lorenzo >> 2.500
1850 Falco D. Matteo, canonico prev. di Cardè >> 300
1866 Camisassi Giovanni Paolo >> 2.000
1867 Lucchino Teresa ved. Capello >> 4.080
1877 Eandi Don Giovanni, canonico >> 3.000
1878 S. Germano di S. Martino March. Casimiro >> 2.000
1890 Tavella Giovanni >> 1.000
1902 Doro cav. Pietro >> 2.000
1906 Manassero Gaspare >> 100
1907 Bollati canonico don G. Battista >> 1.000
1913 Peiroleri barone Emilio, Ten.-Generale >> 3.000
1913 Peiroleri barone Augusto >> 3.000
1913 Bollati Lucia fu Francesco >> 500
1915 Barberis Giuseppina vedova Manero cav. uff. Carlo >> 400
Dhò Margherita vedova Bollati >> 500
Banchio Domenico >> 1.000
Bollati Don Guglielmo, canon. onorario >> 2.000
Bollati Francesco fu Francesco >> 200
Lorenzo Vescovo, canonico >> 8.000
Bollati Maria fu Guglielmo ved. Craveri >> 1.500


Un cenno va pur dato del Canonico Prevosto Don Virginio Marchese, che fu per 46 anni parroco di Cardè.

Nacque il 3 aprile 1831 in Torino, di famiglia genovese (Busalla), e venne a Cardè nominato parroco, il 9 febbraio 1871, essendo vescovo di Saluzzo Monsig. Lorenzo Gastaldi, che per due anni gli aveva date lezioni private di Teologia Morale per prepararlo agli ordini.

Prima di abbracciare lo stato ecclesiastico aveva fatto gli studi all'Accademia Militare di Torino; poi si volse al giornalismo. Scrisse nel 1848 sulle colonne dell'Istruttore del Popolo di Torino; e fondato lo stesso anno il Cattolico di Genova (*) ne fu il corrispondente torinese.

Indi passò all'Armonia col Teol. Margotti, e fu direttore di La Campana, fondato dal Margotti stesso nel 1850, e vi rimase fino al 1865, nel quale anno fu promosso in Torino al sacro ordine del presbiterato. Rinunciando al giornalismo per dedicarsi ai ministeri sacerdotali, La campana cadde.

Secolare ancora appartenne al collegio degli stenografi del Senato Subalpino. Cotesto ufficio lo metteva in grado di avvicinare uomini politici e di seguire più dappresso i fatti contemporanei.

Onde era ricercata la sua collaborazione ai migliori giornali cattolici. Collaborò difatti al Monde di Parigi, scrivendo egli correttamente il francese, alla Unità Cattolica, alla Civiltà Cattolica, della quale fu corrispondente con L. 100 mensili, al Cittadino di Genova.

Scriveva anche in altri giornali, in particolare nel Journal de Florence, che pubblicavasi a Firenze, quando era quivi la capitale.

Per quanto avesse voluto rinunziare al giornalismo, non smise di scrivere, anche quando era parroco di Cardè, ora sulla Rassegna Nazionale di Firenze, ora sul Popolo Romano di Roma, ora sul Emporio Popolare poi Corriere Nazionale di Torino. I suoi articoli sulla Rassegna Nazionale, portano il pseudonimo E. Basta, sotto il quale pubblicò l'opuscolo La causa del Diluvio e il romanzo Catterina la bigotta, che nel pensiero dell'autore doveva essere uno spunto di storia cardettese, e in realtà non ha alcuno degli elementi per essere un romanzo storico.

Ma punto culminante della vita di Don Marchese fu l'intervento al Concilio Vaticano. Pio IX lo nominò capo degli stenografi del Concilio col mandato di istruire e preparare nell'arte giovani di tutte le nazionalità. Don Marchese li scelse fra i chierici dei varii Seminari di Roma e li avviò alla stenografia, seguendo però il sistema Taylor allora dominante, sebbene imperfettissimo.

Il Papa altamente apprezzando l'opera sua gli regalò uno stupendo calice di argento, che il parroco di Cardè adoperava nelle grandi solennità.

Don Marchese era grande di statura e aitante della persona. Aveva facile la parola, e senza mai venire meno alle convenienze sapeva prolungare qualsivoglia discussione, massime quando cadeva sulla tesi sua favorita della necessità del ministero del diacono, come complesso di funzioni ecclesiastiche ed economiche. Non molto addentro alla storia, e avendo potuto acquistare appena una tinta di teologia dogmatica, per avere accelerato gli studi di preparazione agli Ordini Sacri, non è meraviglia che Don Marchese sia caduto in errori. Arriva persino a sostenere che la disciplina stabilita dai Concili debba essere immutabile come il dogma, perché i Concili hanno l'assistenza dello Spirito Santo, e come sono verità di fede i canoni dogmatici da essi sanciti, così diceva, i decreti disciplinari. Furono perciò messe all'Indice parecchie sue opere intorno alla vessata questione del Diaconato, fra cui: La riforma del clero secondo il Concilio di Trento; Difesa del libro suddetto; - La conversione dei protestanti per mezzo del Concilio di Trento; - Il diaconato cattolico e la questione sociale.

Secondo Don Marchese si dovrebbero ristabilire le funzioni del diaconato, e cioè che i Diaconi, essi soli, abbiano l'amministrazione di tutti i beni della Chiesa; e basterebbe cotale rinnovamento a risolvere tutte le grandi questioni politiche sociali, non esclusa la questione romana. Però l'uomo, avveduto quanto altri mai nell'economia domestica, non sarebbe stato certamente disposto ad affidare ad altre mani la gestione dei proprii interessi.

Sullo stesso argomento pubblicò l'opuscolo: - Il diaconato ministero sociale, e gli ultimi anni della sua vita col titolo: Deficienze sociali della Chiesa Romana. Lettere a S. Ecc. il Cardinale Filippo Giustini, una serie di opuscoli (*) ossia : I. Ostiariato - II. Esorcistato - III. Lettorato - IV. Gli Accolti - V. Il suddiacono - VI. Il diaconato.

Altri libri, in cui ripete più o meno il suo sogno, sono: I centri sociali cristiani secondo il diritto ecclesiastico; - Le mie impressioni al Concilio Vaticano.

Versano intorno ad altri argomenti gli opuscoli: Il parroco maestro, estratto dalla Rassegna Nazionale - La delinquenza precoce e la Chiesa - Una pace che contenta tutti, che scrisse nel 1914 allo scoppio della guerra.

Degna di essere ricordata una conferenza da lui fatta a Genova a un distinto pubblico di ufficiali, intorno alla Nazione armata con concetto affatto nuovo e che ora parrebbe un argomento di attualità.

Contava amicizie in ogni campo, in particolare con Costanzo Chovet direttore del Popolo Romano, col generale francese Mouron, che fu prigioniero dei tedeschi nel 1870, e coll'avv. Ernesto Calegari direttore dell'Unità Cattolica, in giornalismo Mikros, che dettò l'epigrafe per la sua tomba.

Un posto singolare in questa mia storia vuole il venerando prete Guglielmo Paschetta. Nacque a Cardè, fece i suoi studi nel Seminario di Saluzzo, fu parroco a Brossasco, poi, in seguito a concorso ch'ebbe luogo il 25 gennaio 1843 con la partecipazione di 17 concorrenti, riuscì parroco (priore) di Villanovetta; dove fece il suo ingresso il 18 luglio 1843. Resse la parrocchia con tale zelo e abilità, e anche con tanta e schietta bontà, che la sua memoria è ancora viva e sempre in benedizione. Si deve specialmente all'azione sua presso il Nobile Cav. Keller, se questi aperse in Villanovetta l'Asilo Infantile e lo dotò di cospicua rendita.

Parteggiava per le libere istituzioni, allora avversate generalmente dal clero, che temeva nelle libertà politiche il danno della religione.

Negli ultimi anni della sua vita il Re lo decorò della Croce dei Santi Maurizio e Lazzaro.
Morì il 28 agosto 1895, e morì affatto povero. Gloriosa povertà dopo una vita largamente benefica.

Fra i sacerdoti cardettesi tengono un posto distinto Don Giuseppe Falcetti, che governò con molta prudenza in tempi difficili la parrocchia di Martiniana, e il canonico G. B. Bollati, amatissimo in Cardè, dove trascorse la vita esemplare; con ogni studio e perseveranza mantenne finché visse le ragioni della Collegiata, impedendo che essa si riducesse ad un simulacro decorativo.

E fra gli uomini che onorano Cardè mi è caro di collocare il Dott. Prof. Lorenzo Pronino. E' solo l'affetto, che egli porta alla terra natale, quello che lo tolse alla erudizione e alle lettere, nelle quali mostrò elettissimo ingegno.

Fece gli studi teologici a Saluzzo e a Torino, dove anche frequentava la R. Università. La stima del vescovo lo chiamò alla gelosa carica di Vice-Rettore del Seminario di Saluzzo, dove ancora diede con somma lode lezioni di greco biblico.

Il diploma, che qui riproduco, è la prova manifesta del valore del Canonico Prevosto L. Pronino

LIPSIENSIS ACADEMIA - J. R.
Ex sexaginta, primus renuntiatus, opere cui titulos "Le Cardinal Newman et ses temps".
PRONINO LAURENTIUS
italus, exterus relator, et aureo numismate et diplomate donatus.
Rector magn. E. Noker
Lipsiae, 15 dec. 1907.

Un pensiero riconoscente vuol essere pure rivolto ai generosi soldati, i quali nella recente guerra diedero la vita per la grandezza dell'Italia nostra.

È loro eretto un monumento sulla parete esterna del palazzo del Comune. E' una lapide di m. 2,50 per m. 1,25; in alto sta scolpita la dedica Cardè ai suoi prodi, ed in rilievo la "Gloria del Fante": sotto le figure simboliche - opera dello scultore Paternella - l'elenco dei caduti dà i nomi seguenti:

Tenente Medico Battisti Chiaffredo - Sergente Bigo G. Battista - Soldati: Abbà Giacomo - Barbero Antonio - Battisti Gerolamo - Battisti Tommaso - Baudo Francesco - Belloni Natale - Burdisio Giovanni - Chiappero Bernardino - Cravero Giovanni Battista - Franco Giuseppe - Galliana Francesco - Giroldo Fedele - Ghione Francesco - Gerbaudo Domenico - Grasso Domenico - Gribaudo Antonio - Maino Vincenzo - Martinengo Francesco - Messa Giovanni Battista - Miglio Giovanni - Moine Chiaffredo - Osella Giuseppe - Osella Giov. Battista - Peirano Emanuele - Peirasso Michele - Prato Antonio - Pronino Lorenzo - Rubiolo Renato - Setto Francesco - Vaira Francesco - Vanzetti Francesco - Vanzetti Andrea - Virano Giuseppe - Vottero Antonio.

La lapide fu inaugurata il 19 Novembre 1922 con intervento di uomini politici.
Nell'interno del Palazzo Comunale un artistico medaglione in bronzo rappresenta Camillo Peano ora Presidente della Corte dei Conti. Fu inaugurato il 5 Novembre 1919, allorché il Canonico Prevosto L. Pronino benedisse il nuovo ponte sul Po, della quale opera quell'uomo di Stato ebbe singolari benemerenze.

A compimento dei cenni già sopra dati di Monsignor Bollati, è viva in paese la ricordanza delle feste, che gli furono fatte quando venne alla sua terra natia. La famiglia Bollati pose a servizio del pubblico una fontana a getto di vino. Il ritratto del prelato, un bel quadro ad olio, è visibile nella casa del Can. Giovanni Battisti Bollati, che era della stessa parentela del vescovo. Al benamato canonico deve la Confraternita l'altare maggiore e la grande porta, fattura dei giovani operai dell'Oratorio dei Salesiani di Torino.

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La storia di Cardè, già compilata ed offerta dall'Autore all'Ill.mo Sig. Teol. Prof. Pronino in occasione dell'ingresso parrocchiale nella sua natia Cardè, viene dal medesimo offerta ai cardettesi, quale testimonianza del suo profondo affetto e parimente onde le rinnovate memorie dei padri dieno un esempio di imitazione e di studio ai tardi nipoti.

La storia comparve a puntate nel Bollettino Parrocchiale di Cardè, gli anni 1922 e 1923. Il prelodato Canonico Prevosto Lorenzo Pronino, che ne sostenne le spese, la faceva seguire dalla seguente

NOTA:

L'egregio membro della R. Deputazione di Storia Patria, il Can. Dott. Cav. Uff. Prof. Fedele Savio, illustre per tante opere insigni, memore dell'antico allievo e della sua amicizia per il nostro paese, volle porre la sua penna scaltrita e la sua profonda erudizione storica a nostro profitto ed ecco per mezzo suo tradursi in atto il concetto della storia, che escì dapprima a puntate nel nostro Bollettino e frappoco uscirà in volume, per i tipi della Tipografia Sociale di Saluzzo, elegante edizione, la quale, decorata del nome illustre del nobile patrono della nostra Collegiale Sig. Marchese Emanuele di S. Germano, il cui antico e regale casato conserta le vicende della sua storia con quella del nostro Comune, verrà presentata alle Autorità e offerta alle maggiori Biblioteche Italiane, imperituro ricordo di Cardè.

Allo storico insigne, lustro del clero e della scienza, cui Cardè si appresta a concedere, in segno di devota riconoscenza per l'opera compiuta, la cittadinanza onoraria, felice di annoverarlo fra i suoi cittadini, presento a nome di tutti e mio un plauso ed il nostro ringraziamento.

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