Da sinistra a destra sono rappresentati lo Stemma del Comune di Cardè, Il panorama del paese con lo sfondo della catena del Monviso, lo stemma della Regione Piemonte
Provincia di Cuneo
Comune di Cardè
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Storia - pag. 2 di 3

IL FEUDO DI CARDÈ


Per farsi un'idea esatta delle condizioni in cui versavano gli uomini di Cardè è necessario riferirsi al regime feudale, che sebbene siasi fatto assai temperato nei secoli XVII e XVIII, dominò fino alla Rivoluzione Francese.

I beni feudali erano in sostanza quelli che si chiamerebbero oggidì beni della Corona o del Demanio dello Stato, dei quali però il solo dominio diretto ossia la proprietà era riservata al principe, mentre il dominio utile apparteneva al feudatario con l'obbligazione di prestare l'omaggio; di giurare e osservare la fedeltà, cioè di non riconoscere altro principe; di prendere l'investitura del feudo; e di pagare le cavalcate, specie di contributo di guerra, quando venissero dimandate.

Il feudatario alla sua volta, quasi fosse rappresentante e sostituto del sovrano entro i confini di un dato territorio, ne aveva tutti i diritti, alcuni pochi eccettuati. Esercitava perciò una giurisdizione militare, civile e penale; ma particolari convenzioni strette con gli uomini del luogo, la concessione di privilegi, esenzioni o franchigie, sempreché, fossero riconosciute dal sovrano, potevano moderare e limitare i suoi diritti.

In origine il territorio di Cardè era in piena proprietà della Casa di Saluzzo, e da lei ebbero gli abitanti, man mano che venivano a colonizzare, una porzione di terreno quasi in enfiteusi perpetua. Le relazioni perciò fra uomini e signore derivavano in Cardè da uno stato primitivo di cose: il signore, qui, prima del sec. XV, era in sostanza un padrone, l'unico padrone, al quale furono concessi anche i poteri giurisdizionali nell'atto stesso, che ebbe l'investitura dal sovrano (*) di quello, che in realtà era già suo.

Morto il sovrano, i feudatari dovevano fare la consegna dei beni feudali al successore per riceverne di nuovo l'investitura. Avendo voluto i Saluzzo di Cardè dipendere dai Savoia, facevano le loro consegne alla Camera dei Conti di Torino, e da queste noi siamo in grado di sapere quali erano i loro diritti e i loro redditi.

Pigliamo per base il Consegnamento fatto il dì 8 luglio 1734 da S. E. il signor Marchese di Garessio Carlo Emanuele Saluzzo-Miolans-Spinola (*) per ciò che riguarda il feudo di Cardè.

Eccone le ragioni e i beni: Giurisdizione del castello, villa, luogo e territorio di Cardè "col mero e misto impero total giurisdizione con la prima e seconda cognizione di tutte le cause sì civili che criminali". Il diritto di avere un castellano, delegato dal signore a custodire il castello, giudicare le cause, eseguire le sentenze. Diritto di nominare il Segretario della Comunità. Diritto agli emolumenti per le condanne, le confische, le ammende, le multe, i bandi campestri e simili. Il castello, di tre appartamenti o lati, a tre piani incluso il pian terreno, non molto in buono stato. Il patronato della chiesa collegiata col diritto di nominare il prevosto e i canonici. Il dominio "diretto" sovra e sotto il luogo, la villa e finaggio di Cardè con l'obbligo per tutti quelli che vi posseggono beni di dare ogni anno al signore 1/3 di semina di frumento ogni giornata. Un cappone "bono et sufficiente" da darsi ogni 25 tavole da chi possedesse casa e ayra, ovvero ogni 12 tavole e 1/2 da chi possedesse orto o canapale, secondo un elenco incluso nella consegna stessa. In caso di alienazione di terreni o di case, l'acquirente è tenuto al "laudemio", che si paga in denari otto ogni lira di registro dai nativi in Cardè, in denari sedici dai forestieri; ma sia gli uni che gli altri devono prendere l'investitura dal signore per ragione del suo dominio diretto. La decima in ragione di 1/20 sui grani, vini, biade, marzaschi, riso, canapa ed ogni altro raccolto; né si potevano spillare i vini dai tini, esportare le messi dai campi o la canapa dai canapali senza l'intervento dei decimatori deputati dal signore per il prelevamento della decima. Il Natale di ciascun anno chi possedeva carro e un paio di buoi doveva condurre al castello una carrata di legna presa nel proprio bosco. Inoltre ogni capo di casa doveva al signore le royde a richiesta dei suoi agenti o affittavoli, ossia un servizio di condotta o di mano di opera per certe riparazioni da farsi alla roggia del mulino. Era del signore l'unico forno del paese, e gli spettava esclusivamente il "fornatico", diritto che si esigeva in pane sulle cotture, con proibizione a tutti i particolari del luogo di far cuocere altrove il loro pane. Era pure del signore il porto o ponte di legno sul Po col diritto al rispettivo emolumento. L'intero pedaggio spettava al signore, ma della gabella che la Comunità imponeva ai transitanti per il luogo con le loro merci, gli spettava un quarto. Anche il molino di tre ruote, a grano e pista da canapa, era del signore col diritto esclusivo della macina, che si esigeva in ragione di 1/20 sul macinato. Così spettava al signore il diritto di derivare l'acqua dal Po per il molino e le cascine. Queste erano quattro, feudali, e cioè quelle del Piè di Vignolo, del Lascaretto, dell'Ayra e della Meschia. Finalmente il signore aveva il diritto esclusivo di caccia e di pesca su tutto il territorio, e il diritto di "fidanza" ossia di permettere o di vietare l'introduzione di bestiame forestiero nel territorio di Cardè ai pascoli della primavera e dell'estate. Come feudo, dopo la ribellione di Manfredi V dal Marchese di Saluzzo, il luogo di Cardè faceva parte dello Stato di Piemonte, cosi chiamandosi quei possessi, che furono già dei Principi di Acaja. Avrebbe perciò dovuto concorrere al tasso al paro di ogni altra Comunità del Piemonte, vale a dire ad una contribuzione, che determinavasi per ciascuno degli Stati della Corona e indi ripartivasi per cotizzo proporzionale alle singole comunità; ma nel 1444 con lettera del 13 giugno il duca Ludovico, sull'istanza del signore del luogo, dichiarò che gli uomini di Cardè non erano tenuti ad alcuna contribuzione, sussidio, donativo o altra straordinaria imposizione verso i duchi di Savoia, salvo alle regalie solite a farsi passando il Re dei Romani negli Stati di S. Altezza Serenissima (*).

Il signore di Cardè, oltre i beni feudali (*), possedeva beni allodiali; e questi erano soggetti ai carichi pubblici; venivano perciò iscritti nei catasti della Comunità. Vittorio Amedeo III con R. Patenti del 1792 ordinò che ai pubblici carichi locali contribuissero anche i beni feudali e parrocchiali.

Sui diritti feudali sorgevano frequenti contese fra la Comunità e il signore; e sembra che la Comunità stessa le provocasse per aver modo di alleviare i pesi mercè le transazioni. Molte infatti di queste furono fatte, per esempio il 10 gennaio 1418, il 1 agosto 1483, il 1 marzo 1491, il 13 gennaio 1496, l'8 agosto 1529, allo scopo di meglio precisare o diminuire i diritti feudali. E convien dire che si procedesse da una parte e dall'altra con estrema sottigliezza; perché il censo "granitico", che pagavasi dai "particolari" o proprietari in ragione di un quartano per ogni giornata fu stabilito nella misura di Villafranca, e cioè di coppi 2, cucchiari 14, coppette 6 e due terzi di coppetta. Così ancora la Comunità insisteva tenacemente, perché al signore non appartenessero più di giornate 499, tavole 14, piedi 8 in beni feudali, quante erano determinate nel consegnamento del 10 luglio 1562; e che perciò tutto il soprappiù dei beni posseduti dal signore dovesse ritenersi suo patrimonio privato, beni cioè allodiali, e soggetti per conseguenza ai carichi della Comunità.

Anche la fidanza veniva contestata dalla Comunità, pretendendo essa averne esclusivamente il diritto, mentre per contro il signore dimostrava di aver sempre percepita la "loggia", pagamento in denari e formaggi, che facevasi dai Margari e Mansari, cui dallo stesso signore era stato permesso il pascolo sul territorio di Cardè. Come gli "uomini" si industriavano per liberarsi dai diritti feudali, cosi il signore per ripigliare quelli, cui aveva rinunziato e modificato nelle transazioni.

Noto qui per incidenza che nella campagna di Cardè era estesa la coltivazione del riso; ma, in forza di Regi Editti, nel 1729 le "risere" erano già scomparse. Appartenevano alla Comunità le bealere dette del Poisino e del Perrotto, questa comunemente chiamata la Bealerassa.

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LA COMUNITÀ

Il Consiglio della Comunità era composto di dodici membri, che prendono il nome di consiglieri e di credendari, ed adunavasi sotto la presidenza del castellano, ossia governatore del castello, il quale teneva le veci del signore con potestà giudiziale. Il castellano era adunque il personaggio più autorevole. Dal seno del Consiglio sceglievansi due sindaci del paese col mandato di curare gli interessi comuni secondo gli Statuti, corpo di leggi e di consuetudini locali (*).

Il seguente documento ci mostra in qual maniera la Comunità di Cardè procedesse alla rinnovazione del Consiglio. È un estratto della seduta consigliare del 23 dicembre 1626, essendo castellano il notaro ducale Tomaso Ingaramo da Caramagna.

"Detti sindaci (*) dicono esser sempre stato il solito e laudabile costume in questo luogo subito passati li quattro primi giorni del Natale al primo Consiglio che si tiene di far la mutatione del Consiglio cioè levarne quattro delli consiglieri che vi sono et al luogo luoro eleggerne quattro altri. Il tutto alla mente delli Statuti del luogo. Instano però ch'il Consiglio sopra questo delliberi in osservanza di detti Statuti.

Il che sentito il Consiglio suddetto unanime et concorde inseguendo il solito stile e consuetudini con li Statuti di questo luogo ha ordinato farsi detta mutatione della terza parte de conseglieri sopra proposta et à tall'effetto conforme al detto statuto elleggersi quattro delli del presente Consiglio quali insieme con detto signor Castellano procedino a detta mutatione conforme a quello con dichiaratione espressa che li quattro ellettori restino per comfirmati per l'anno prossimo venturo all'uffizio di consiglieri ordinandosi per l'ellettione di tali ellettori darsi le voci secrete per caduno dei sudetti consiglieri in mani di detto signor Castellano et li quattro quali haverranno il più delle voci restino per elletti et ellettori per detta mutatione. Et così proceduto et colte le voci secrette per detto signor Castellano come sopra li sudetti ser Mitteri, Antonio Boetto, Bartholomeo Bocca e Giacobino Boetto hanno avuto il più delle voci et così restati per elletti et ellettori alla suddetta mutatione di detto Consiglio chiedendo del tutto testimoniali quali etc.

Et sendo in virtù della suddetta ellettione tutti li sudetti consiglieri (usciti) dalla presente casa eccetto li sudetti quattro ellettori cioè ser Mitteri, Antonio Boetto, Bocca et Giacobino Boetto li quali sono rimasti soli nella presente casa in compagnia di detto signor Castellano e nostra (del Segretario) in virtù della sudetta autorità dattali dal Conseglio conforme alla sudetta ellettione..... hanrio in prima removuto dal sudetto Consiglio li se- guenti consiglieri, cioè li sudetti Antonio Santena, ser Guglielmo Santena, Manfredo Repayre, et Sebastiano Paoli, et all' luogo luoro per consiglieri moderni vi hanno elletto e deputato li seguenti quattro cioè ser Sebastiano Boetto, Paolo de Paoli, Domenico Pretto di Giovenale et Sebastiano Marcellino tutti del presente luogo chiedendo di tale mutatione et ellettione testimoniali. (*). (*).

La comunità degli uomini era già riconosciuta dal signore sul principio del secolo XV, perché nello strumento del 1409 essa si afferma in un Sindaco e in un Consiglio di cui facevano parte Giovanni di Braida, Tonino Magistri, Rogerio Martino, Giovanni Boneto, Tomaso Pecolato, Andrea Baloco e Petrino Bertolotto, due terzi dell'intero Consiglio.

Nel 1496 (*) trovò i due sindaci Antonio Santena e Antonio Repayre, i Consiglieri Gioffredo Brochieri, Gioffredo Fornaseri, Michele Buffa, Antonio Magistri, Agostino Richa, Pietro Baronis, Battista Bertolotti e Francesco Comba.

Oltre il solito Consiglio, dirò così di credenza, e cioè composto di credendari ossia delegati, mandatarii della popolazione, in casi eccezionali adunavasi il Consiglio generale, cui intervenivano tutti i capi di casa.

Da un documento del 1729, dove è dato l'elenco di quelli, che erano tenuti alla regalia del cappone, ricavo i seguenti cognomi di famiglie : Vayra, Duero, Santena, Peccolato, Rubbiolo, Chiavazza, Manchio, Curto, Mitero, Battisti, Fornasero, Reynaldi, Garnero, Cansamiglio, Mottero, Valletto, Bechero, Grasso, Calva, Detona, Canini, Narbona, Croce, Ratto, Placano, Falco, Boetto, Veglia, Bovero, Poggo, Marcellino, Sayona, Pietto, Allasia, Falcetto, Ripayre, Bollatto, Isoardi, Busso, Brayola, Monetto, Fabre e Pretti.

Nel sec. XVll Cardè faceva parte della Provincia di Savigliano con Moretta, Faule, Villafranca, Pancalieri, Cavallerleone, Casalgrasso, Murello, Polonghera, Torre S. Giorgio, Ruffia, Cavallermaggiore, Caramagna, Racconigi, Monasterolo, Villanova Solaro e Rossana.

Nel sec. XVIII Cardè fu compreso nella Provincia di Saluzzo; epperciò sottostava all'Intendente di Saluzzo per le cose amministrative e al Prefetto di Saluzzo in cause di appello, perciocchè il Prefetto aveva soltanto mansioni giudiziarie. Le cause della comunità contro il signore del luogo, essendo "privilegiate" erano giudicate dal Senato di Torino, il quale era solo un corpo giudiziario, il più eminente.

Nel sec. XVIII; cessata la carica di castellano, il signore nominava il podestà o giudice locale: questi convocava e presiedeva il Consiglio.

Cardè aveva pure la sua confratria, istituzione benefica, che provvedeva all'alloggio dei poveri e li soccorreva in generi alimentari. Se ne fa menzione in atti del sec. XVI.

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LA PARROCCHIA

La prima memoria della chiesa di S. Catterina di Cardè è dell'anno 1386, trovandosi essa nell'elenco delle chiese che in quell'anno pagarono il cattedratico alla mensa vescovile di Torino. Dipendeva dalla pieve dï S. Maria di Saluzzo, della quale essa era un titolo parrocchiale.

Un'iscrizione commemorativa, che darò in seguito, pone la data della sua costruzione al 1324 per opera di Manfredi IV; ma può essere che quell'anno sia stata solo ampliata; ed è piuttosto credibile che essa sia stata innalzata quando fu fabbricato il castello. Difatti gli antichi castelli solevano avere una chiesa prossima alle mura, e talvolta compresa nell'ambito del Ricetto. Ad ogni modo una chiesa in servizio della popolazione dovette esistere prima del 1324, se Cardè è già villa nel 1325.

Una ragione poi mi persuade che la chiesa di S. Catterina, appunto perché dedicata a questa santa, debba l'origine a Manfredi II, che fece pure edificare il castello di Carde. Il culto di S. Catterina vergine e martire di Alessandria, quantunque non affatto straniero all'Occidente, perché già nel secolo VIII Beda e Adone la ricordano nei loro martirologi, si propagò particolarmente nel secolo XIII all'epoca delle crociate, delle quali riconoscevasi patrona (*). Ora Manfredi II contava fra i crociati Bonifacio e Corrado fratelli della propria moglie Alasia o Adelasia, figlia di Guglielmo il vecchio marchese di Monferrato. E' noto che la quarta Crociata fu guidata dal marchese Bonifacio nel 1202; ma non era quella la prima volta che il generoso monferrino si cimentava ini Oriente. Nel 1187 combatté alla battaglia di Tiberiade e cadde prigioniero di Saladino, dal quale fu poi restituito al fratello Corrado, anch'esso crociato. Si comprende quindi come nelle ansie delle pericolose spedizioni trepidasse la corte di Manfredi II; e forse da un voto domestico alla celeste patrona dei generosi guerrieri ebbe origine la chiesa edificata accanto al nuovo castello di Cardè.

Quale fosse fino al secolo XVII lo stato della parrocchia, quali opere vi fiorissero, non è possibile sapere; perché andarono perdute scritture e registri nelle depredazioni cui soggiacque al tempo delle guerre.

Sappiamo però che vi era penetrata l'eresia; e quando nel 1584 Mons. Peruzzi fu a Cardè per la Visita Apostolica, vi si contavano 60 eretici.

Abbiamo già rilevato l'importanza che aveva in paese il castellano: egli rappresentava il signore, rendeva giustizia, presiedeva le adunanze del Consiglio della Comunità. Quando adunque un castellano si fosse dichiarato per l'eresia, poteva sperare di avere dei seguaci. L'iniqua opera fu appunto tentata, e purtroppo con successo, dall'influente castellano Luigi Bianchi, il quale nel 1567 si era messo d'accordo con alcuni notabili delle nostre regioni, fra cui Alfonso Blandrata di Saluzzo e G. B. Solaro dei signori di Villanova Solaro, anch'essi eretici calvinisti, per avere un ministro protestante, che periodicamente visitasse gli affigliati alla setta (*) e intervenisse alle clandestine loro congreghe.

Il Bianchi dovette avere approfittato delle frequenti e lunghe assenze di Giacomo, signore di Cardè, che l'intera vita passò nelle armi; né si curava tampoco dei suoi sudditi. D'altronde colui poteva sperare l'appoggio del Bellegarde, cognato di Giacomo, al quale i successi dell'eresia avrebbero fornito l'occasione e il mezzo di intervenire negli affari del Marchesato di Saluzzo e di impossessarsene, come poi fece nel 1579 sostenuto da Ugonotti di Francia e da Valdesi del Piemonte.

Dalla Relazione della Visita Apostolica fatta da Mons. Peruzzi il 22 settembre del 1584 (*) raccogliamo alcune notizie, che possono interessare i nostri lettori.

La parrocchia era servita dal prevosto e da quattro canonici: quegli aveva un reddito di scudi 50 circa; questi di scudi 25 ciascuno.

In chiesa non conservavasi l'Eucaristia; onde il Visitatore Apostolico ordinò, che fosse provveduta una pisside e un tabernacolo di legno dorato al di fuori e foderato di seta rossa nell'interno.

Non avendo pisside, il prevosto usava il calice per comunicare il popolo a Pasqua e per il Viatico agli infermi.

Le persone idonee alla Comunione erano 500; e tutte si comunicavano alla Pasqua, eccetto i 60 eretici e 20 cattolici, che quell'anno avevano trascurato il precetto, dal prevosto denunciati perciò al S. Officio e all'arcivescovo di Torino. Per l'onore al SS. Sacramento era stata istituita la Società del Corpo di Cristo: i confratelli vestivano cappe bianche, e tutte le feste si adunavano per recitare i Divini Uffizi. Gli uomini si accostavano alla S. Comunione separatamente dalle donne.

Un'usanza, che la Relazione nota nella vicina parrocchia di Torre San Giorgio, e che d'altronde sembra stata a quei tempi generale, avendola io riscontrata anche a Carmagnola nei secoli XV e XVI, è quella del vino che veniva somministrato in un vaso di vetro a tutti i fedeli, e in chiesa, fatta la Comunione pasquale. Anche a Torre S. Giorgio non conservavasi la Eucaristia, perché essendo mal sicura la chiesa, si sarebbe trovata esposta alle profanazioni degli eretici: e infatti da costoro era già stata altra volta sacrilegamente depredata.

Nel 1506 su dimanda di Manfredi VII e di Gioffredo Roggerini, parroco di Cardè, Giulio II con bolla del 16 luglio eresse la parrocchiale in Collegiata, componendola di un prevosto in cura di anime e di quattro canonici per la collaborazione dei Divini Uffïci, cum communii archa, bursa, sigillo et aliis collegialibus insigniis, e cioè con cassa comune, sigillo e altre insegne proprie delle collegiate. In dote ai canonicati, oltre alle rispettive prebende in beni stabili, vennero assegnati gli emolumenti e altri prodotti avventizi nella proporzione del 2/6 al prevosto e il resto in parti eguali ai quattro canonici.

La Collegiata fu installata il 15 Agosto 1508 per atto pubblico rogato Forneri. Ma non si sa per qual motivo i canonicati si ridussero poi al numero di tre.

La mensa della Collegiata era originariamente costituita da beni donati dal signore del luogo, il quale perciò ne ebbe il patronato: nel 1706 altri vi si aggiunsero per testamento di Francesco Parato.

Con decreto di Napoleone l del 12 maggio 1806 la Collegiata fu soppressa; i suoi beni furono indi applicati alla Mensa Capitolare dei Canonici di Saluzzo, salva però la prebenda della prepositura, di cui il Prevosto Don Crosetto, in seguito a lite intentata nel 1808 al patrono della Collegiata, aveva ottenuta la separazione dalla mensa capitolare per un capitale di franchi 24.177.

Nella consegna fatta all'Economato Generale 1806 la mensa capitolare era costituita da giornate 110,82 di terreni per un valore presunto di L. 33.246, da un enfiteusi del capitale di fr. 550 e di una somma di fr. 880 data a mutuo. Sopra la massa il prevosto godeva 57 giornate e un quarto del mutuo.

Il 16 aprile 1822 con lettera della R. Segreteria di Stato veniva annunziato al R. Economato dei Benefizi vacanti avere Sua Maestà permesso il ristabilimento della Collegiata di Cardè, e approvata la dimissione dei beni a questa già appartenuti da farsi dal Capitolo della Cattedrale di Saluzzo. La Collegiata fu perciò ristabilita; e una iscrizione esistente nel coro ne dà il merito ai baroni di Cardè.

La Collegiata cadde di nuovo nel 1867 sotto le leggi inique di soppressione dei benefizi ecclesiastici non aventi cura di anime. E doppoichè queste davano facoltà ai patroni dei benefizi e delle cappellanie soppresse di riscattarne i beni mediante un pagamento, se ne valse il marchese Casimiro di San Germano, al cui casato era disceso dai Saluzzo il giuspatronato della Collegiata. Ma essendo i beni riscattati beni di chiesa, a discarico della propria coscienza, volle il patrono applicarli al beneficio parrocchiale, ente giuridico, cui la legge riconosce il diritto di possedere: ciò sotto condizioni determinate allo scopo di assicurare alla popolazione un servizio religioso.

Il fatto fu cagione di lunghi litigi presso i tribunali ecclesiastici, non piacendo al Canonico Prevosto Virginio Marchese, le condizioni apposte, e protestando i canonici doversi dal beneficio parrocchiale sostenere il peso dei canonicati tuttora esistenti in faccia alla Chiesa, e quindi doversi loro un compenso a titolo di prebenda sul beneficio parrocchiale.

Dopo varie vicende ed atti rimasti lettera morta, finalmente il 3 febbraio 1883 si accordarono in Roma Mons. Emiliano Manacorda, Vescovo di Fossano, delegato dal Vescovo di Saluzzo, il Marchese Casimiro, il prevosto Virginio Marchese, su alcuni punti, che presentarono alla approvazione della S. Congregazione del Concilio. La convenzione, che il 12 febbraio 1883 ebbe il beneplacito apostolico stabiliva: 1° che avesse vigore l'atto del 12 luglio 1871, rogato Geuna di Cardè, stretto fra i canonici e il patrono; 2° che il patrono mantenesse il giuspatronato della prepositura, rinunziando a qualsivoglia pretesa sulla scelta dei sacerdoti coadiutori del prevosto; 3° che essendosi coll'atto 12 luglio 1871 incorporati alla prepositura i residui beni delle prebende canonicali, il prevosto debba prelevare sui frutti della propria prebenda ossia sul benefizio parrocchiale L. 1400 annue allo scopo di mantenere due vicecurati da lui dipendenti nel servizio della parrocchia, e che questi avessero le insegne e il titolo canonicale; 4° che i vicecurati percepissero una porzione della tesoreria ossia degli emolumenti parrocchiali, riservato il doppio al prevosto. Queste le condizioni principali, per le quali non si può dire totalmente spenta la Collegiata di Cardè.

Le divise canonicali consistono nel rocchetto e nell'almuzia di panno rosso scarlatto con capuccetto prelatizio.

La parrocchia di Cardè fin dall'origine fu soggetta alla Sede Arcivescovile di Torino; solo dal 1805 fu aggregata alla Diocesi di Saluzzo per bolla di Pio VII del 1803, e per altra dello stesso pontefice del 1817.

Per decreto di Mons. Mattia, Vicario, Vescovo di Saluzzo, il Canonico Prevosto di Cardè è anche Vicario Foraneo con giurisdizione sulle parrocchie di Staftarda e di Torre S. Giorgio.

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LA CHIESA PARROCCHIALE

Nello stato presente la parrocchiale-collegiata è dovuta al signore Carlo Emanuele, il quale nel 1703 la rifece dalle fondamenta. I lavori furono terminati nel 1704, tempo di guerra; ed una iscrizione ricorda sulla facciata del tempio il munifico signore.

D. O. M.
SACRAM AEDEM
QVAM ANNO 1204 MANFREDVS II
SVPREMVS SALVTIARVM DOMINVS AC MARCHIO
CAESA VENATORIA SILVA EXTRVCTOQ. AD ERIDANV CASTELLO
PIE MEDITABATVR
MANFREDVS VII ANNO 1324
MAGNIFICE EREXERAT
MANFREDUS VII ANNO l506
AD AVITAE RELIGIONIS ADDITAMENTVM
COETV CANONICORVM ORNAVERAT
D. CAROLVS EMANVEL HENRICVS JOSEPH ANTONIVS
DE SALVTIIS MIOLANS SPINOLA
OPPIDI HVIVS AC MIOLANS S BARO. CARAMANIAE DNVS
GAREXII AC FARILIANI MARCHIO COMES BENNETTARV
REGIAE CELSITVD: VICT. AMEDEI II NOBILIS CVBICVLARIVS
PRETORIAE COHORTIS LEGATVS
VT DOMESTICAE VIRTVTI AB AVIS RECEPTAE POSTERIS DEMANDANDAE
AETERNO MONVMENTO CONSVLERET
A FVNDAMENTIS RESTAVRABAT ANNO 1704.

Vi si dice che il sacro edificio era stato progettato da Manfredi II, quando l'anno 1204, abbattuta la selva venatoria, costrusse il castello presso il Po, e poi fu innalzato da Manfredi IV nel 1324; che Manfredo VII nel 1506 vi aveva posto un collegio di canonici; che finalmente il signore Carlo Emanuele l'aveva rifatto dai fondamenti l'anno 1704 (*).

La chiesa parrocchiale, nel suo insieme spaziosa ed elegante, è a croce latina, e misura interiormente la lunghezza totale di metri 27,80, di cui m. 12,30 il coro e presbitero; la lunghezza del braccio trasversale è di m. 18. La larghezza di ogni braccio è di m. 10.

Tre grandi affreschi, opera di Giovanni Borgna di Martiniana coprono le pareti del coro; in mezzo la riproduzione di un noto quadro, Un'ame au ciel, rappresenta la salma di S. Catterina trasportata dagli Angeli; dal lato dell'evangelo è dipinto il santuario di S. Ciaffredo di Crissolo col santo milite ai piedi del monte; dal lato dell'epistola il Borgna ritrasse S. Teodoro su cartone di Piero Marchese fratello del Can. Prevosto Virginio Marchese. Tutti i descritti dipinti sono del 1882.

Al di sotto del quadro centrale un'epigrafe su lastra di marmo ricorda che la chiesa fu consacrata il 10 ottobre 1776 dall'Arcivescovo di Torino Monsig. Rorengo Rorà; che nell'altare maggiore furono incluse le reliquie di S. Grato e di S. Teodoro; e che soppressa la Collegiata nel 1806, per opera dei fratelli di S. Germano riprese vita nel 1822 sotto il regno di Carlo Felice. Anche questa vuole essere pubblicata.

EXCEL . ET. REV.MVS. D. D. RORENGO . DE . RORA . ACHIEP . TAVRIN
ARCCL. HANC . COLLEGIAT . IN . HONOR . STAE CATHARINAE . V. ET. M
DICAVIT . DIE . X. OCTOB . 1776
ASSIGNATA . DOMINICA . 3A . OCTOBRIS . PRO . ANNIVERSARIO
CVM . 80 . DIEB . INDVL . PERP . PRO . EAM . VISITANTIBVS
ARA . MAI . INCLVSAE . RELIQVIAE . SS. MM. GRATI . ET . THEODORI
SVPPRESSA . ANNO . 1806 . COLLEGIATA
PIETATE . AC . SVMPTIBVS . CAROLI . RAYMVNDI . VICTORII
FRATRUM . SAN . MARTINO . DE . ALLADIO
EX . MARCHIONIBVS . STI . GERMANI . BARONVM . CARDETTI
SVB . REGNO . CAROLI . FELICIS
SALVT . EPIXC . EXCEL . FERRERO . DE . MARMORA . 1822 . REVIXIT

Oltre l'altare maggiore, non vi sono che due altari laterali; l'uno dedicato al Rosario, l'altro, a sinistra, dedicato a S. Giuseppe. Gli altari sono tutti di marmo e lavorati con arte.

Attiguo al presbitero e al coro a sinistra, con ingresso dalla cappella di S. Giuseppe si apre un cappellone con altare dal titolo della Addolorata.

La sacristia con volta a crociera cordonata risale al secolo XIV, ed è evidentemente un residuo dell'antica parrocchiale.

Il campanile non ha nulla di pregevole: è una semplice torre senza cuspide ed ornati. Dalla relazione della visita pastorale, fatta nell'ottobre del 1776 dall'Arcivescovo di Torino, raccolgo che vi erano cinque campane, delle quali quattro provvedute dalla comunità, la quale anche ne forniva le funi e stipendiava il campanaro per il suono dell'Ave Maria e delle prediche, mentre i segni delle altre funzioni erano a spese del prevosto e dei canonici.

La campana più piccola apparteneva alla compagnia del Rosario. In un inventaro del 1823 leggo, che il campanile misura 8 trabucchi ed ha tre campane. L'una del peso di 40 rubbi reca sulla faccia l'iscrizione: Sancta Catharina Sancte Pontiane orate pro nobis Comunitas Cardetti 1821; l'altra di circa 28 rubbi ha la leggenda: S. Catharina ora pro nobis A. D. MDC Xa julii; quest'ultima è adunque del 1600. La terza di 3 rubbi è la campanella delle Messe.

Dalle relazioni delle visite pastorali e dagli inventari prescritti dai Vescovi si hanno alcune notizie dei pii sodalizi eretti nella parrocchiale. Sono essi:

La Compagnia del Sacramento. Provvedeva la cera per le solennità principali e per il Viatico, provvedeva pure il cereo pasquale, e questo rimaneva presso l'altare fino a tutto settembre, perché subito potesse essere acceso furentibus tempestatibus in occasione di tempesta.

La Compagnia del Rosario eretta all'altare omonimo.

La Compagnia della Dottrina Cristiana, sotto il titolo della S. Sindone, anch'essa eretta all'altare del Rosario.

La Compagnia del Suffragio eretta all'altare di San Giuseppe.

La Compagnia della Pietà ossia dell'Addolorata eretta all'altare omonimo del cappellone di sinistra. Fin dalla fondazione che fu nel 21 novembre 1730 per lettere dell'Arcivescovo di Torino Monsignor Gattinara, constava di 50 confratelli e 50 consorelle.

Argomento della religiosa pietà dei Cardettesi sono le chiese, tutte ben provvedute, alcune pregevoli per l'architettura e i loro quadri.

Oltre la parrocchiale si contano nel territorio parecchie chiese o cappelle. Primeggia la chiesa della Confraternita sotto il titolo di San Sebastiano. Dietro l'altare maggiore è visibile l'avanzo della abside di una chiesa più antica con tracce di pittura del XV secolo e la leggenda in gotico S. Apolonia. Presso il presbitero dalla parte del evangelo su una lastra del pavimento è scolpito a rilievo uno scudo, campo libero, su cartoccio, accostato dalla data 1.6.1.9: al di sopra la leggenda Sepulcrum disciplinatorum; al di sotto le lettere B. B. R. La vaschetta dell'acqua santa porta sul labbro: Societas + Sancte + Sebastiane - Cardetti.

Elegante è il sepolcreto dei Marchesi di S. Germano, tempietto in stile lombardo costrutto nel 1879 su disegno del marchese Scarampi di Villanova; si trova nel centro di un parco, cinto da muro rispondente allo stesso stile. Merita di essere qui riportata l'epigrafe del Vallauri, che si legge sulla fronte del tempietto:

AEDEM
VBI . OSSA . COMPONERET
MAIORVM . SVORVM
CASIMIRVS . SAN MARTINVS . MARCHIO . S. GERMANI
EXTRVXIT . AN . MDCCCLXXIX
AD . INGENIVM . ET . INTELLIGENS . IVDICIVM
FERNANDI . SCARAMPI . MARCHIONIS . VILLAENOVAE
QVI . MATHESEOS . DOCTRINAM
PRO . PATRIA . TVENDA . QVAESITAM
PER . OTIA . PACIS
AD . BONARVM . ARTIVM . DECVS . CONVERTIT
(THOMAS VALLAVRIVS SCRIPSIT).

A circa un chilometro di distanza dal paese è la cappella della Madonna detta della Salicea, sufficientemente grande e frequentata dai fedeli, che qui sciolgono i loro voti. E' il Santuario del paese. Nel 1841 il Canonico Giacomo Pastore supplicò il Papa, che concedesse l'indulgenza plenaria ai fedeli, i quali il giorno della festa del Nome di Maria decorrente fra l'ottava della Natività della SS. Vergine visitassero quella Chiesa, e ne ottenne il rescritto seguente:

Ex audientia Sanctissimi. Sanctissimus Dominus noster Gregorius Pontifex XVI omnibus utriusque sexus Christi fidelibus, vere poenitentibus, confessis sacraque communione refectis supraenunciatam ecclesiam in festo Nominis Beatae Mariae Virginis, vel in eius octiduo devote visitantibus, ibique per aliquod temporis spatium, iuxta mentem Sanctitatis Suae pie orantibus, Plenariam Indulgentiam incipiendam ab ipsius festi primis vesperis usque ad ultimae diei de dicto octiduo solis occasum semel tantum eo temporis intervallo per unumquemque lucrifaciendam, benigne concessit. Presenti in perpetuum valituro absque ulla brevis expeditione.
Datum Romae ex Secretaria Sanctae Congregationis Indulgentiarum die 13 febbruarii 1841. (L.S.)

C. Card. Castracane, Praef.
A. Can. Prinzivalli, Substitutus.

Il Rescritto Apostolico concede in perpetuo l'Indulgenza Plenaria ai visitatori della chiesa dai primi vespri della festa del Nome di Maria fino al tramonto del sole dell'ultimo giorno dell'ottava privilegio questo che suole raramente essere concesso.

Le altre cappelle sono: di S. Bernardo presso il Cimitero (*) ; di S. Rocco; di Parata ossia della Concezione; di S. Michele nella frazione di Ormea.

Aveva il suo cappellano la Confraternita, ed anche la frazione di Ormea; i quali aggiunti al prevosto e al suo vicecurato, ai tre canonici, facevano il numero di sette preti abitualmente viventi a Cardè. Alla Salicea in una camera a pian terreno abitava l'eremita. Cosi chiamavasi un uomo pio per lo più in abito di terziario francescano, o portante una sdruscita veste da prete, il quale serviva una chiesa campestre e viveva di elemosine.

La Comunità festeggia S. Ponziano, martire, le cui Reliquie ebbe in donazione nel 1660.

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I PARROCI

Prima della erezione della Collegiata i parroci di Cardè non ebbero altro titolo che di Rettori di S. Catterina.

Non è così facile darne l'elenco, perché si richiederebbero a tal fine lunghe indagini negli archivi ecclesiastici e civili, e spesso infruttuose; perché essendo i Rettori di S. Catterina, e poi i Prevosti della Collegiata, nominati dai Signori del luogo in virtù del loro giuspatronato, potrebbe accadere, che manchi l'atto della collazione vescovile nei Protocolli della Curia di Torino, che non potei visitare, riescendo, nel perdurante rincaro dei viveri, troppo dispendioso un soggiorno a Torino; e perché bisognerebbe consultare molti atti, anche solo privati, dei secoli anteriori al seicento, nei quali potrebbe comparire come testimonio qualche parroco di Cardè. Ora mancano affatto documenti di tal natura; se pure non sarebbe per dare larga copia di queste ed altre non meno curiose notizie l'Archivio di Casa San Germano. Ciò che è strano e, che degli stessi Prevosti della Collegiata non si hanno i nomi fino al 1602.

Mi limito perciò a dare l'elenco dei parroci, quale ho potuto rilevare dagli archivi di Cardè.

1409 Pietro di Bagnolo, rettore di S. Catterina, teste in un documento esistente in copia  in Arch. comun. di Cardè.
1418 Pietro da Villafranca, rettore, documento in copia Archivio comunale di Cardè. 
1496 Gioffredo Roggerini, rettore. È teste in un documento del 12 gennaio 1496, copia in Archivio comunale di Cardè. Fu il primo Prevosto della Collegiata.
.............................................
1602 Colla Michele, dall'11 marzo 1602 al settembre 1612.
1613 Cogliati Cesare Imberto, dal 3 dicembre 1613 al dicembre 1623.
1624 Lampo Bernardo, dal 2 ottobre 1624 all'agosto 1630.
1631 Presbitero Amedeo, dal 27 marzo 1631 al al 18 marzo 1632.
1632 Castellino Pietro, dal 21 luglio 1632 al 9 settembre 1637.
1637 Salomone Giov. Maria, dal 28 dicembre 1637.
1652 Giovenale Costanzo, dal 28 maggio 1652 al 1° ottobre 1653.
1654 Ceva Orazio, dal 6 giugno 1654 al 23 marzo 1658.
1658 Boetto Bernardo, dall'11 aprile 1658 al 18 febbraio 1663.
1663 Pignone Giovanni Francesco, dal 23 giugno 1663 al 29 luglio 1674.
1674 Grioglio Bartolomeo, dal 19 dicembre 1674 al 7 maggio 1675.
1675 Ayra Giovanni Giacomo, dal 9 giugno 1675 all'11 gennaio 1684.
1684 Caspinelli Antonio, dal 23 marzo 1683 al 1° febbraio 1688.
1688 Camosso Giov. Giuseppe, dal 26 aprile 1688 al 14 giugno 1700.
1700 Bussonengo Giov. Domenico, dal 22 agosto 1700 al 14 gennaio 1730.
1730 Boschi Francesco Maria, dal 26 febbraio 1730 al 22 marzo 1743.
1743 Paglieri Teol. Delfino, dal 5 maggio 1743 al 22 marzo 1784.
1784 Tortone Stefano, dal 18 aprile 1784 al 30 maggio 1803.
1803 Crosetto Teol. Giuseppe, dal 15 novembre 1803 al 1° gennaio 1810.
1810 Borgna Giuseppe, dal 9 luglio 1810 al 20 dicembre 1815.
1816 Falco Teol. Domenico, dal 14 luglio 1816 al 12 settembre 1836.
1836 Eandi Teol. Giov. Matteo, dal 28 dicembre 1836 al 9 dicembre 1864.
1866 Reinero Giov. Antonio, dal 17 marzo 1866 al 3 marzo 1870.
1871 Marchese Virginio, dall'11 febbraio 1871 al 13 marzo 1917.
1917 Pronino Teol. Prof. Lorenzo, dal 30 settembre 1917.


segue



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