Da sinistra a destra sono rappresentati lo Stemma del Comune di Cardè, Il panorama del paese con lo sfondo della catena del Monviso, lo stemma della Regione Piemonte
Provincia di Cuneo
Comune di Cardè
Piazza Martiri della Libertà 2
Cap 12030
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Storia - pag. 1 di 3

CARLO FEDELE SAVIO
Socio della Regia deputazione di Storia Patria

CARDÈ

CENNI STORICI
(1207 - 1922)

All'Ill.mo Sig. Marchese
EMANUELE DI S. GERMANO

Stemma di Antonio di Saluzzo
SALUZZO
Tip. Sociale Saluzzese - Corso Umberto I, 21


INDICE

LE ORIGINI

Sul principiare del secolo XIII ingrandiva la potenza del Marchese di Saluzzo. Manfredi II aveva accresciuto i proprii dominii di nuovi feudi: ma Saluzzo, dove egli aveva posto residenza, rimaneva senz'altra protezione, che il turrito castello (*) che dominavala dal culmine settentrionale della sovrastante collina.

Occorreva provvedere alla difesa del territorio di Saluzzo, che distendevasi, a notte, fertile di prati e, più lungi, denso di folte boscaglie, aperte ad insidie di nemici e malfattori. A ciò intese Manfredi II. Intorno al 1207 fece costruire, nella regione della Gerbolina, una forte torre, che più tardi si disse "Torre Schiappata" a cagione di una fenditura, fattasi verso la cima (*) ed a ponente, al guado del Po, fece innalzare un castello, il quale prese il nome di Cardè (*) da una selva cosi chiamata presso Staffarda, agli estremi limiti dell'agro saluzzese.

Di questa selva è cenno nei documenti del secolo Xlll, che la chiamano "nemus Cardesii", "nemus Cardeti", "nemus Cardei" (*) ossia bosco di Cardesio, di Cardetto, di Cardè: il qual nome evidentemente proviene dalle condizioni dell'incolto terreno, dove dovevano essere frequenti la revoyre (*) e i cardi selvatici, nella stessa maniera, che la Gerbola porta nel nome l'impronta della sua origine da gerbo, sterpo: e tale era senza dubbio molta parte dell'agro saluzzese, prima che lo avessero percorso i canali di irrigazione, saggia provvidenza dei nostri marchesi.

Che il bosco di Cardè non fosse cosi denominato da un borgo colà preesistente, ma che propriamente Cardè sia stato il nome del bosco; derivasi da una carta del 1247, dove un prato sito nell'ingresso nemoris Cardesii ha fra le sue coerenze precisamente il Cardesium, cioè il corpo della selva (*). E in un documento del 1324 è detto chiaramente: Nemus quod appellatum est Cardettum.

La selva di Cardè faceva parte del territorio di Saluzzo, quando il marchese Manfredi IV ottenne che gli fosse ceduta dai Saluzzesi in compenso di certi diritti, cui rinunziò in loro favore. Lo strumento di cessione è del 1° dicembre 1324 (*). e fu steso nel consiglio generale del comune di Saluzzo convocato a voce di banditori e a suono di campana. Rappresentavano il comune Giovanni di Braida podestà, sei " sapienti " eletti dal consiglio stesso, e i "credendari" consiglieri del comune.

Diamo la versione del documento per ciò che si riferisce a Cardè:

"Per primo i predetti sei sapienti e il detto podestà con gli infrascritti consiglieri ossia credendarii di Saluzzo, e i detti credendari con i detti sei sapienti specialmente deputati alle cose infrascritte per volontà, autorità e consenso del detto loro podestà nei loro proprii nomi, a voce ed a nome del comune e dell'università e delle persone singole di Saluzzo, per se stessi e per i proprii loro eredi, diedero, consegnarono, concessero e permutarono, il predetto signor Marchese ricevente, per sè e suoi eredi, tutto quel bosco che è chiamato Cardetto, sito nel territorio e fini di Saluzzo, ossia tutto quel bosco di Cardetto, che era del comune di Saluzzo, oltre il Po, principalmente come lo confina il Po al disopra del Ghiandone fino alle terre ed ai prati degli eremiti di Staffarda, che sono della grangia del Murtizzo, e discendendo dal Po, lungo le dette possessioni del Murtizzo, come lo determina un certo vecchio fosso praticato fra il detto bosco e i detti prati del Murtizzo, e come si dirige il detto fosso salendo su verso la cima dal detto bosco, dove è posta una pietra per termine, e dallo stesso termine andando giù dalla parte di occidente nella direzione di una via sita lungo il detto bosco fino alla sorgente del Campano, e da questa seguendo il corso del rivo lungo il campo di Alberto di Barge fino al Poisino.

Dando, consegnando e cedendo in titolo di permuta, i detti sapienti e credendari di consenso del podestà, a nome come sopra, al detto signor Marchese ricevente per sé e suoi eredi tutto quel bosco e tutti i diritti che il detto comune di Saluzzo ha, o doveva avere, tra il Po, il Poisino e il Ghiandone; salve ed eccettuate le terre, ossia le possessioni di qualsiasi singolare persona che nel detto bosco ossia dentro i confini o termini avesse beni, e cioè quelle possessioni che le dette persone avessero quivi avuto prima della divisione di Cardè fatta fra il detto signor Marchese e il " Comune di Saluzzo".

Per tale strumento venivano adunque tracciati i confini di una terra, della quale il Marchese avrebbe avuto il diretto dominio, e doveva essere parte notevole del territorio del nascente villaggio.

Però a differenza di Cervignasco, che già è una villa o borgo nel 1283, per tutto il secolo XIII non si trova fatta menzione di Cardè, come di un centro di popolazione. Neppure è cenno della villa di Cardè nel sopracitato documento del 1324. Ma poiché la villa di Cardè è espressamente ricordata in un documento dell'anno seguente, cioè del 1325 (*). convien dire che presso il castello, non appena costrutto, ed alla vicina chiesa di S. Catterina, come vedremo, siansi stabilite alcune famiglie di lavoratori a dar principio al nuovo villaggio.

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I PRIMI SIGNORI

Rimasto vedovo di Beatrice, figlia di Manfredi svevo, re di Napoli, e di Elena di Michele despota di Romania, Manfredi IV, aveva sposato in età già avanzata Isabella, figlia di Barnaba Doria patrizio genovese. Frutto di questo matrimonio fu Manfredi V, che il vecchio marchese, sobillato dalla moglie, prese a favorire con pregiudizio delle ragioni spettanti a Federico, figlio del primo letto. Si accese la discordia domestica, spiegatasi poi in aperta e pubblica inimicizia fra padre e figlio, tra fratello e fratello, che a vicenda tentarono di scavalcarsi nei dominii marchionali.

Nel 1325 il vecchio marchese faceva donazione causa mortis di pressochè tutti i suoi dominii al figlio della genovese. Però la liberalità paterna non potè aver effetto; perciocchè il lodo pronunziato alla Morra, presso Bronda, il 22 Maggio 1329 da Giovanni e da Giorgio, fratelli del marchese Manfredi lV, e poi la sentenza arbitramentale, data a Cavour il 4 dicembre 1334 da Guglielmo conte di Biandrate e dal conte Aimone (*). di Savoia, riconobbe nel primogenito Federico le inalienabili ragioni alla successione paterna.

La donaziome del 1325 avrebbe dovuto trasmettere a Manfredi V, oltre il castello di Saluzzo, anche la villa, il luogo e il territorio di Cardè. La sentenza del 1334 rispettò quest'ultima disposizione, stabilendo fra le condizioni della pace, che entro due anni Federico dovesse rimettere a Manfredi V in feudo "antico e paterno" il castello e la villa di Cardè - dabit in feudam antiquum et paternum dicto Manfredi castrum et villam Cardetti cum eiu pertinentiis (*).

Morto frattanto Federico il 25 giugno 1336 gli successe il figlio Tomaso II, dal quale Manfredi V fu effettivamente investito de castro et villa Cardetti cum iuribus et pertinentiis suis. L'investitura fu ricevuta il 4 luglio del 1336 per mezzo di procuratore, e personalmente il 30 agosto di questo anno; per essa Manfredi V fu il primo Signore di Cardè (*).

Il vecchio Manfredi IV, poiché vide fallito il tentativo di spodestare il figlio Federico, si ritirò a Cortemilia con la genovese e il giovane Manfredi V, il quale, mortogli il padre più che ottantenne nel 1340, ne ereditò i rancori, e secondando le mire ambiziose della madre, per rovinare il proprio nipote, il marchese Tommaso II, tentò la riscossa delle armi. Col favore del principe di Acaja e del Re Roberto di Napoli, penetrò in Saluzzo, depredò, uccise, incendiò: da Cardè partivano le masnade dei predoni e degli incendiari, che il sedicente marchese di Saluzzo aveva prezzolate. (*).

Per cotali vie Manfredi V affermava le proprie pretese sul marchesato, finché nel 1346 per sentenza arbitramentale di Giovanni e di Luchino Visconti non ne venne rimesso in possesso Tomaso II. Però, avendo preso il titolo di Marchese di Saluzzo, Manfredi V più non lo lasciò, sebbene il suo dominio si fosse ristretto a Cardè e ad alcune altre terre.

Sull'esempio vergognoso del padre lavorò all'indebolimento del marchesato: lo stesso feudo di Cardè fu da lui sottratto dal vassallaggio dei marchesi di Saluzzo, avendone egli voluto l'investitura dal conte Amedeo VI di Savoia nel 1360, e poi nel 1384, il 19 Marzo, dal conte Amedeo VII (*).

Si stabilì in Milano ed ebbe i favori di Galeazzo Visconti. Un suo figlio, Antonio di Saluzzo, fu arcivescovo di Milano. Degli altri figli, Ugonino, fu signore di Cardè, Tomaso signore di Mulazzano, Galeazzo signore di Farigliano: e questi furono gli stipiti di altrettante famiglie pur note dal nome dei loro feudi.

Manfredi V, primo signore di Cardè, morì probabilmente nel 1389 in Milano, avendo quivi fatto in quest'anno il suo testamento, qualificandosi Princeps et marchio Salutiarum. Era imparentato coi Savoia per cagione della moglie Leonora, figlia di Filippo principe di Acaja. Dal padre aveva ereditati vistosi capitali collocati sui Monti ossia banchi di Venezia e di Genova; provenivano questi in gran parte da alienazioni di terre del Marchesato fatte da Manfredi IV in odio del figlio Federico, in particolare dal feudo di Cortemilia venduto agli Scarampi di Asti, che erano ritornati dalle Fiandre carichi d'oro (*).

Di Ugonino premorto al padre, furono due figli: Giovanni, che in un atto del 1406 si intitola marchese di Saluzzo, e Manfredi il quale sposò Lucia dei Visconti di Milano. Ambedue i fratelli con gli zii Tomaso e Galeazzo con atto del 21 ottobre 1392 furono da Bona di Borbone, tutrice di Amedeo Vlll, investiti del feudo di Cardè (*).

Aveva dunque la famiglia verso questo tempo sul feudo di Cardè delle ragioni comuni; però mentre gli altri suoi congiunti potevano chiamarsi consignori di Cardè, il solo Giovanni ne era il signore, e trasmise il feudo alla discendenza. Dei discendenti diretti prossimi di Tomaso devesi ricordare Leonora che andò sposa di Bolleri signore di Centallo e Demonte, e Manfredi, maresciallo di Savoia cavaliere dell'Annunziata: questi acquistò Caramagna.

Giovanni, figlio di Ugonino, sposò Giovanna Solaro dei signori di Moretta, fu capitano di Ludovico di Savoia principe di Acaja; morì nel 1414 e fu sepolto nella chiesa abbaziale di Staffarda. Gli succedette nel feudo di Cardè il figlio Ugonino II, il quale morì nel 1482 e fu sepolto a Staffarda. Ebbe questi l'investitura di Cardè nel 1434 da Amedeo VIII, e nel 1441 il 15 marzo dal duca Ludovico (*). Fu governatore di Pinerolo per il Duca di Savoia; aveva sposato Margherita figlia di Francesco de La Palù.

Morto Ugonino II, il feudo passò al figlio di lui Manfredi VI. Cardè gli deve l'incremento che ricevette l'agricoltura mercè di un canale irrigatorio derivato dal Po. Cotal beneficio fu procacciato al paese in grazia delle riannodate relazioni di amicizia colla famiglia marchionale, rappresentata allora dal munifico Ludovico II. Fu permesso al signore di Cardè di far passare il canale sul territorio di Saluzzo, aderendo alla concessione il comune con atto del 25 luglio 1497 dietro determinate clausole. Tuttavia il feudo di Cardè continuò a sottostare alla casa di Savoia.

Manfredi VI fu governatore di Mondovì nel 1502. Ebbe a moglie Maria figlia di Francesco di Savoia, signore di Racconigi e Pancalieri e in seconde nozze Maria Solaro di Monasterolo (*). Morì in Cardè nel 1510 e quivi fu sepolto nella chiesa parrocchiale da lui fatta erigere in Collegiata.

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GLI "UOMINI"

Tutta la storia di Cardè, dalle origini al chiudersi del regime feudale sul finir del sec. XVIII, si impernia nel castello e nella famiglia del signore.

Ma allato al castello era sorta una istituzione nuova, richiesta sia da necessità di cose, sia da idee prevalenti nelle masse, e che raggiungono, propagandosi anche gli angoli più remoti: la comunità degli uomini; e gli " uomini " erano appunto i coloni, i "massari", i servitori, insomma, i quali lavoravano il latifondo del signore, o erano impiegati nel suo mulino e nel suo forno; né in Cardè c'era altra gente fuori di quella.

Dappertutto i feudatari avevano dovuto riconoscere nei loro uomini certi diritti, ovverosia libertà naturali quanto all'acquistare, vendere e possedere; e questo riconoscimento facevasi con l'affrancamento degli uomini e delle terre, e cioè mediante un atto pubblico col quale e quelli e queste liberavansi dalla servitù, vale a dire dalla esclusiva dipendenza e pertinenza del padrone. Dovendo di necessità esservi un accordo per l'accettazione di certe condizioni apposte all'affrancamento, l'atto pubblico prendeva il carattere di un patto solenne stipulato fra il signore e i suoi uomini, rappresentati questi da credentari e sindaci, incaricati di curare, trattare e concludere quanto potesse importare alla comune utilità. Gli strumenti delle franchigie sono cosi un solenne riconoscimento, da parte del signore, dell'essere e dei diritti della comunità e cioè di tutti e di ciascuno.

Sorta sull'esempio delle terre circonvicine troviamo gia costituita a Cardè la comunità degli uomini, come organismo civico, sul principio del sec. XV. Ma gli abitanti erano pochi e troppo inferiori alle esigenze stesse della produzione; onde Giovanni di Saluzzo, il quale, come suo padre Ugonino, come il nonno, non aveva dismesso il titolo di Marchio Saluciarum, si decise all'affrancamento dei suoi uomini; e perché questo non fosse parvente, ma reale ed effettivo, lo garantì mediante la creazione della piccola proprietà, fondamento essa stessa della indipendenza individuale e della sociale prosperità. Cosi accanto ai beni feudali, e distinti da essi, si andarono costituendo nel territorio di Cardè i beni allodiali e liberi.

Abbiamo pertanto in questo angolo del Piemonte un singolare esempio di spezzamento di un latifondo. Lo strumento di affrancamento è del 6 marzo 1409. Vi si osserva che gli uomini di Cardè non avevano proprietà di beni immobili nel territorio, essendo questo sotto l'immediato dominio del signore; che perciò essi, non affezionati alla terra, sovente la abbandonavano: onde Giovanni di Saluzzo, sempre che ciò piaccia al Conte Amedeo di Savoia, del quale riconoscevasi vassallo, affine di accrescere la popolazione di Cardè (*), largisce le più ampie libertà e concede a tutti i singoli capi di casa, anche a quelli che verranno a stabilirsi in quel territorio, due giornate di terreno a titolo di donazione inter vivos, le quali siano interamente libere da ogni servitù personale e da altri pesi feudali (*). Ciò a titolo di affrancamento. Queste giornate dovevano prendersi nella regione detta Roretta.

Oltre a ciò il medesimo signore Giovanni si obbliga a vendere tre giornate di terra a ciascun capo di casa per il prezzo di tre fiorini, a soldi trentadue viennesi, ciascuna giornata da pagarsi entro tre anni, durante i quali i compratori debbano al signore un quarto di frumento ogni giornata comprata: avvenuto il pagamento cessi questo onere, o fitto.

Ma i nuovi proprietari dovevano coltivare i terreni donati o comprati, e piantare viti. Potevano quinci innanzi disporre dei beni, dei quali venivano così fatti proprietari, sia per contratto, sia per atto di ultima volontà, a condizione però che il dominio loro passasse ad altri abitatori di Cardè, ivi domiciliati almeno da un decennio cum focho et catena, aventi cioè dimora fissa e continua (*). E' poi lasciata agli abitanti la proprietà degli orti e degli airali mediante la regalia di un cappone dietro determinate tavole di terreno. Erano gli airali in prossimità del castello: quivi i coloni battevano il grano, avevano le loro stalle, le loro misere capanne, i pagliai all'aperto; e fu questo il primo nucleo della villa di Cardè.

Nello stesso strumento di franchigia è pure stabilito che nessuno di Cardè possa essere messo prigione in castello, quando dia sufficiente garanzia che si presenterà al banco della giustizia, eccetto casi determinati. Col beneplacito del Conte di Savoia la Comunità di Cardè potrà imporre gabelle, di cui un quarto spetterà al signore del luogo quando si pagano dai forestieri. Il signore terrà a proprie spese un molino e un forno, ma è determinata la tassa di mottura e di cottura. Libera la pesca, però nei fossati del castello e della villa si dovrà pescare solo colla lignola; e prima di esportare i pesci dal paese debbono offrirsi al signore, che li pagherà un soldo ossia 12 denari la libbra, quando piacciagli farne acquisto. Tutti gli abitanti o possidenti di Cardè sono tenuti a prestare il proprio servizio nella guardia armata del luogo; né il signore potrà dispensare alcuno, fuorché si tratti del caso di un nuovo abitante di Cardè e per un anno soltanto e col consenso della Comunità. Persino per le vie si danno in quell'atto utili provvedimenti; le vie vicinali dovevano avere un trabucco di larghezza, le pubbliche due trabucchi.

L'atto del 1409 fu confermato con strumento del 1° gennaio 1418 da donna Giovanna e da Giovanni Catterino, entrambi dei Solaro signori di Moretta, questi contutore e questa vedova del signore Giovanni di Cardè e tutrice del figlio Ugonino. Altre non meno utili concessioni sono per esso strumento fatte alla Comunità di Cardè, in particolare le cosi dette fidanze del bestiame forestiero (*), le quali lasciavansi al diritto della Comunità l'ammetterle e percepirne un emolumento; e di più cento giornate, affatto libere, da servire per pubblico pascolo, coerenti queste al Poisino da ponente, alla via pubblica da mezzogiorno. Come voleva la ragione feudale donna Giovanna chiese al conte di Savoia l'approvazione delle concessioni e dei patti stretti con la Comunità, ottenendola per lettere patenti del duca Amedeo date a Chambery il 22 Aprile 1418.

I due strumenti determinano con precisione e chiarezza i diritti e gli oneri feudali, come le franchigie e le libertà, ma una particolare attenzione merita quello del 1409, perché è un patto solennemente giurato sul S. Vangelo dal signore e dalla rappresentanza dei suoi uomini: è la Magna Charta della Comunità di Cardè. Quivi il signore apertamente le riconosce il diritto di capitolare, ossia di fare ordinanze e statuti (capitoli) per il bene comune, sia in materia civile, sia in materia criminale; e si obbliga a tenere un castellano per l'amministrazione della giustizia; il quale però in presenza del Consiglio e degli uomini giuri di dare le sentenze secondo i "capitoli" della Comunità.

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I SALUZZO MIOLANS SPlNOLA

A Manfredi VI succedette Francesco Maria suo figlio, il quale prese in moglie Filiberta Bianca della nobilissima famiglia savoiarda dei Miolans. Questo ricchissimo casato essendo prossimo a spegnersi, il barone Lodovico (*), padre di Filiberta, con testamento del 12 maggio 1512 dispose il fideicommesso di una primogenitura a favore dei discendenti della figlia; e cioè i primogeniti maschi discendenti in retto da Filiberta avrebbero dovuto ereditare tutte le ragioni feudali dei Miolans, che si sarebbero in lei consolidate alla morte del padre. Somigliante disposizione diede il fratello di Ludovico, Urbano di Miolans vescovo di Valenza e abate di Caramagna, creando con testamento del 1523 una primogenitura. Era fatto però obbligo ai discendenti primogeniti di Filiberta di prendere il nome e le armi dei Miolans.

Dal fortunatissimo matrimonio al signore di Cardè nacque il figlio Giacomo, il quale fu il primo che aggiunse al proprio il titolo del feudo materno, dicendosi "Di Saluzzo - Miolans".

La parentela contratta da Giacomo di Cardè col famoso Bellagarda, ci conduce a dare qui un cenno di quest'uomo il quale nel 1579, aggredita la città di Saluzzo con una masnada di Ugonotti e di Valdesi, la diede al saccheggio (*).

Il Secousse (*) ne ha compilato una breve biografia, attingendo da storici contemporanei, in particolare dal Mauroy (*), le narrazioni del quale hanno un merito indiscusso, per essere questi stato segretario del La Vallette, che fu a Saluzzo luogotenente generale del Re nel governo del Marchesato dopo la morte del Bellegarda.

Roger de Saint Lary, signore di Bellegarde, figlio di Perroton o Pietro di Saint Lary, barone di Bellegarde e di Margherita d'Orbessan, dal valore militare più che dai favori della Corte del Re cristianissimo innalzato al grado ambito di Maresciallo di Francia, doveva la sua fortuna ad un grand oncle o prozio materno, il maresciallo di Termes (*).

Morto costui nel 1523 senza prole, lasciò vedova la moglie, giovane ancora e fort belle et androite. Era essa Marguerite de Saluces-Cardè, sorella di Giacomo signore di Cardè. Il Bellegarda la sposò. Sembra che anche durante l'altro matrimonio non fossero molto caste le relazioni della zia col nipote; come non furono poi gran fatto affettuose e fedeli quelle, che principiarono con le seconde nozze; tanto per dare ragione al proverbio: amour et mariages, qui se font par amourettes, finissent par noisettes. Pure cotesto matrimonio doveva aprire la via all'ambizione del Bellegarde.

Vogliono gli storici ch'egli sia stato condotto ad impossessarsi il marchesato, perché intendeva toglierne il governo a Carlo Birago per vendetta di affronti ricevuti, e sopratutto perché voleva fare dispetto alla Corte e in particolare alla regina Catterina de Medici, la quale segretamente lo insidiava. Né importa qui sapere quale parte abbiano avuto nell'impresa del Bellegarda il Duca Emanuele Filiberto e il marchese di Ayamont governatore di Milano, allora soggetta a Filippo II re di Spagna. Pare a me, che alla ribelle impresa del Maresciallo non siano stati estranei i titoli, che il casato dei Saluzzo Cardè poteva avanzare alla successione dell'ultimo marchese, Gabriele, morto nel 1548; perciocché di simili ragioni in un caso analogo tenne conto lo stesso re di Francia Enrico III, quando offrì il marchesato di Saluzzo al maresciallo di Damville (*). Ora costui era figlio del connestabile di Montmorency, discendente di Giovanna di Saluzzo, figlia del marchese Tomaso III e di Margherita de Roussy (*). E infatti all'usurpazione del Marchesato non si lanciò il Bellegarda se non dopo il rifïuto del Damville. Però Margherita di Saluzzo-Cardè, non appena vedova del de Termes, aveva transatto col fratello Giacomo, non solo sulle ragioni dotali, ma ancora sopra ogni ragione o successione della Casa dei Cardè, ricevendo per compenso 13.000 ducati (*); onde al postutto avrebbe mancato al Bellegarda il pretesto d'intervenire negli affari del Marchesato.

Dopo la rovina delle fortificazioni patite dal castello nel 1552, Cardè non era più un luogo adatto per prepararvi una spedizione. Fu scelta la piazza forte di Carmagnola; donde il Bellagarda partì il 10 giugno del 1579 con 3000 fanti, dieci compagnie di provenzali condotti da Goult (*) e da Anselme, circa cinquecento Valdesi venuti dalle valli di Angrogna e S. Martino, circa cinquecento cavalli avuti dal Lesdiguières capo degli Ugonotti del Delfinato e 12 pezzi di artiglieria. Il 14 giugno battè il castello di Saluzzo con 90 colpi di cannone; e avutolo nelle mani, la città fu data al saccheggio. Furono violenze di donne e profanazioni inaudite di chiese e del cimitero; talché i cittadini indignati corsero alle armi, e quanti soldati loro capitassero nelle mani, altri trucidarono e altri gettarono dalle mura nel pubblico fossato.

Il maresciallo non godette a lungo il frutto dell'iniqua impresa: morì di veleno nel dicembre di quello stesso anno, riconciliato però con la Chiesa; e fu seppellito nel sotterraneo del coro di S. Giovanni in Saluzzo.

I Saluzzo di Cardè non avrebbero avuto certamente i mezzi per mantenersi all'altezza di quel rango, in cui li collocava l'orgoglio della nascita: più di una volta furono costretti ad alienare dei feudi. Ma il prestigio di un nome storico, la gloria di un casato, che per lunga serie di antenati si riannodava ad Aleramo, li metteva in condizione di poter contrarre ricchissime parentele. Ed essi ne profittarono per rifare la propria fortuna mercé le doti e le eredità ingenti. Si direbbe una tradizione costante nella famiglia dei Saluzzo-Cardè l'aver fatto del matrimonio una speculazione lucrosissima. Come Francesco Maria migliorò le sue finanze sposando la Miolans, così Giacomo suo figlio nel 1556 tolse in moglie Anna di Savoia, che gli portò in dote 50000 lire torinesi o franchi, per il cui pagamento la sposa ebbe dal padre Claudio, conte di Tenda, il feudo di Sommariva del Bosco.

Giacomo fu Collare dell'Annunziata fin dal 1518; si diede alle armi e morì in Borgogna nel 1568. Gli succedette il figlio Enrico, che sposò Benedetta figlia di Alfonso Spinola marchese di Garessio e di Leonora della Rovere. Apparteneva lo Spinola ad una di quelle principali famiglie patrizie di Genova, alle quali Carlo V con diploma del 1 aprile 1533 aveva concessa la progenitura mascolina nei discendenti da femmine, quando fosse mancata la discendenza maschile, per tutti i feudi posseduti o da acquistarsi in futuro. Per questa ragione il matrimonio di Enrico porterà una nuova fortuna ai Saluzzo di Cardè: e ciò sarà quando nel 1671 per la morte di Alfonso, unico fratello di Benedetta, mancata la discendenza mascolina, le ragioni degli Spinola passeranno alla discendenza di lei.

Enrico portava i titoli: Barone di Miolans, di Cardè, di Caramagna e di Piozzo. Nel 1583 approvò gli Statuti di Caramagna, essendo ancora sotto la tutela di Francesca di Foix, vedova di Claudio di Savoia - Tenda, sua ava materna.

Figlio di Enrico fu Giacomo Francesco di Saluzzo-Miolans. Ciambellano di Carlo Emanuele I. Sposò Gentina figlia del conte Francesco Provana di Collegno, Gran Cancelliere di Savoia e fratello di Antonio Provana arcivescovo di Torino.

Enrico Emanuele figlio di Giacomo Francesco fu il primo ad intitolarsi dagli Spinola, prendendone le armi ed aggiungendo il nome di questo casato a quello di Saluzzo-Miolans. Dallo zio arcivescovo fu introdotto nella Corte di Torino, dove sostenne gelosissime cariche, quella fra le altre di aio di Carlo Emanuele II. Per patenti del 25 Ottobre 1651 fu nominato Governatore del Marchesato di Saluzzo, carica onorifica e lucrosa. Ebbe per moglie Clara Gasparda dell'illustre casato di Damas della primaria nobiltà di Lorena. Si segnalò nelle armi all'assedio di Asti e di Verrua.

Ebbe parecchi figli: uno cappuccino e fu Vittorio Maria; due gesuiti, Carlo e Filippo; uno militare, Giacomo: il feudo di Cardè con quelli dei Miolans e degli Spinola (*) passò al primogenito Giacinto Amedeo.

Questi si ammogliò con Lucrezia Provana figlia del conte Bernardino di Beinette; ed anche questo matrimonio accrebbe la fortuna dei Cardè, perché nel 1679 essendo morto senza discendenza il fratello di Lucrezia, Vittorio Domenico Provana, i feudi di Faule e di Beinette passarono alla signoria dei Cardè. Giacinto Amedeo alienò poi Faule, lasciando la contea di Beinette al proprio figlio Carlo Emanuele Enrico Giuseppe Antonio di Saluzzo-Miolans-Spinola.

Carlo Emanuele prese in moglie Angelica Teresa, figlia del marchese Carlo Vittorio di San Tommaso, primo Ministro e primo Segretario di Stato di S.A.R. Fu suo confidente e procuratore il Comm. Don Carlo Amedeo Dentis, che pubblicò un cenno storico sui Marchesi di Saluzzo, già da me citato.

Il figlio di lui Vittorio Giuseppe non ebbe più discendenza, e tutte le ragioni feudali dei Saluzzo-Cardè-Miolans-Spinola passarono l'anno 1754 alla sorella di Vittorio, Maria Teresa, moglie di Carlo Emanuele di Agliè marchese di S. Germano, e per essa ai primogeniti di questo casato.

Il marchese di S. Germano possiede ancora a Cardè l'artistico sepolcreto di famiglia; il castello fu da lui alienato solo nel 1921, acquistato in parte, a scopo benefico, dall'attuale Vicario Can. Prevosto Teol. Lorenzo Pronino.

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IL BORGO E IL CASTELLO

Il borgo o "villa" di Cardè era circondato di mura, fuori e intorno alle quali correva un fosso profondo, che riempivasi di acqua in pericolo di assedio. Un massiccio torrione ricongiungendosi alle mura vegliava a difesa del borgo.

Si entrava nella villa per una porta dalla fronte alta e turrita: quivi stava la campana della Comunità; servivasene anche la vicina Crociata di S. Sebastiano.

I fossi correnti dattorno alle mura non favorivano certo la pubblica igiene, quantunque le ripe declinanti fossero coltivate ad orti: la Comunità li faceva nettare di quando in quando. Lungo i fossi e intorno distribuite i "particolari" della villa avevano le loro "ayre" per la battitura del grano ed altri servizi campestri.

All'estremità del borgo, presso il Po, levavasi severo e minaccioso il castello, cinto di alte mura e di fossati, munito di torri e di bertesche. Sul maschio, il signore doveva tenere a sue spese un "torriero" in pericolo di guerra.

Vicino al castello, probabilmente dal lato della parrocchiale, esisteva il Ricetto, luogo murato, dove in tempo di guerra le famiglie del luogo mettevano in salvo le robe, le vettovaglie e il bestiame, e dove riparavano i vecchi, le donne e i bambini; perciocché é da sapere che nell'oscurità del Medio Evo la guerra aveva pure le sue leggi; né contro gli inermi abitanti scagliavansi i sassi dalle catapulte, e dirigevasi il fuoco delle artiglierie.

Nel 1729 il castello e il borgo già avevano mutato di aspetto, come raccogliesi dalla Cedola della Comunità nella causa contro il Marchese di Garessio barone di Cardè dinanzi all'Eccellentissimo Senato di Torino (*); e le trasformazioni erano accadute prima del 1562, nel quale anno, il 13 luglio, il signore del luogo facendo la consegna dei diritti feudali, accenna alle fortificazioni come esistenti in passato.

Difatti Cardè ebbe a soffrire danni gravissimi in tutte le guerre e devastazioni, cui fu esposto il territorio di Saluzzo.

Memorabili le luttuose vicende del 1552. Mentre il marchesato di Saluzzo era in potere della Francia, lo spodestato marchese Giovanni Ludovico, figlio di Ludovico II e di Margherita di Foix, aveva ottenuto che le proprie ragioni fossero sostenute dall'imperatore Carlo V, il quale diè ordine a Ferrante Gonzaga di ristabilirlo nel principato.

Il Gonzaga si avanzò con forte esercito ed occupò Verzuolo, mentre Cesare Maggi e il Conte della Trinità suoi generali ponevano l'assedio a Saluzzo. L'11 maggio cadde la città e il giorno seguente si arrese il castello, dove si erano difesi i francesi. Allora essendosi accampato nei dintorni della città, fino al luglio, l'esercito imperiale, prima di levare le tende, diè il sacco al territorio di Saluzzo e di Cardè.

Posta guarnigione in entrambi i castelli, gli imperiali si allontanarono; ma, come narra il Muletti seguendo la cronaca del Miolo (*), repentinamente piombarono i francesi guidati da Grognetto di Vasse governatore del Marchesato, Renato Birago e il conte di Bonnivet; posero l'assedio al castello di Cardè, che dopo una difesa micidiale cedette il 18 luglio. Cotesto fortilizio venne rovinato, e più di 200 soldati del presidio perirono tra le fiamme.

Un documento dell'Archivio di Stato ci informa che il Duca di Savoia Emanuele Filiberto era col pro-Cesare, ossia luogotenente generale dell'imperatore, Ferrante Gonzaga, nella occupazione del Marchesato; e quando Saluzzo cedette, Franceschino Solaro il quale fin dal 1541 era tutore del signore di Cardè, mandò il proprio servitore Giovanni Facioto, detto "el sop", al duca e al conte della Trinità, sollecitandoli di venire a Cardè, che avrebbe loro consegnato il castello. Il che fu fatto, portandovisi il duca con una falange di militi catafratti e di fanti.

Ma perché il gesto del Solaro per cagione della fedeltà giurata già al Re Cristianissimo fu ritenuto un tradimento, vennero i francesi ad abbattere le fortificazioni di Cardè; e fra i danni patiti dagli abitanti fu anche la dispersione delle scritture e di altri beni mobili - depopulati sunt scripturas et alia bona mobilia.

Dei danni fu perciò ritenuto responsabile Franceschino Solaro dei signori di Moretta; ed ebbero a soffrire molestia anche i suoi eredi, contro i quali promosse causa il signore di Cardè, perché l'espugnazione del castello e il saccheggio dato dalle armi di Francia era accaduto in conseguenza dell'avere il Solaro tradita la Francia e dato libero congresso alle truppe imperiali e del Savoia (*).

Anche negli anni 1594 e 1595, durante la guerra di Carlo Emanuele l e del Les Dighières, le campagne di Cardè furono devastate, predati gli abitanti. Non si poté quegli anni far la semina del grano; onde la miseria fu così grande e la popolazione andò sifattamente diminuendo, che ancora sul finire del sec. XVII era ridotta a 450 anime (*).



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